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27 October I burka invisibiliAmina scioglie il velo e lo riposiziona con gesti lenti, di abitudine. So il suo nome perché qualcuno l’ha chiamata e lei ha risposto. La osservo con la coda dell’occhio sistemare quel fazzoletto dai mille significati, appuntare gli spilli senza bisogno di specchio. E’ affascinante, Amina, con l’ovale del viso perfetto, incorniciato da un foulard nero con piccoli disegni verdi, che richiamano il colore del vestito. Penso a noi donne europee, alle pance scoperte, ai piercings all’ombelico, ai pantaloni a vita bassa, agli “hot pants” su tacchi a spillo… Quanta diversità, tra quel velo, l’abbigliamento che fascia la figura e le nostre ostentazioni di donne liberate. Non so se ad Amina il velo è imposto o se lo ha scelto, come noi scegliamo il colore delle sciarpine da abbinare alla giacca. E’ vero che nel mondo, e specialmente nel mondo islamico, volersi disfare del velo può essere un gesto di protesta, di liberazione. E probabilmente lo è… Nei Paesi dove la protesta delle donne cresce, dove la guerra cerca di fare tacere persino il pensiero, probabilmente Amina lo avrebbe bruciato… Ma se lo avesse, invece, portato con orgoglio? Come simbolo di appartenenza, prima che ad una religione, ad una cultura, ad un modo d’essere? Le donne nomadi portano il velo per difendersi dal sole, dal vento. Mia nonna portava il fazzoletto legato sotto la gola, o dietro la nuca, per andare nei campi… Non l’ha mai tolto. Faceva parte di lei. Cambiava nella tonalità e nella forma, quel fazzoletto multicolore, ma non nella sostanza. Colorato per i campi, nero per i funerali, bianco per le feste, ma era sempre con lei. Immagino che i cassetti di Amina siano pieni di veli stirati e piegati, impilati uno sull’altro e pronti per essere scelti insieme al vestito. Anche oggi ci sono molti veli.. Semplici quadrati, rettangoli da avvolgere intorno alla testa, Chador, che lasciano scoperti solo gli occhi ed infine i burka…. Le gabbie di stoffa che non fanno vedere il mondo. Lo si può soltanto immaginare, frammentato in mille sfaccettature in un reticolato che a chi lo indossa la prima volta impedisce di vedere gli ostacoli, di camminare normalmente. In molte dichiarano che è una difesa, che non andrebbero mai in giro senza. Altre dicono che vorrebbero bruciarlo e morire dentro allo stesso fuoco, per liberare la propria miserevole vita. E noi, a nord del mondo, ostentiamo fiere la nostra liberazione dalla stoffa e nessuno ci potrebbe imporre il contrario. Anzi… molti “nostri” uomini si sentono fieri di accompagnare donne dalle gambe perfette, con le minigonne che sembrano cinture alte… Ma molte volte, la verità è che noi, i nostri burka, li abbiamo dentro… Burka molte volte auto-imposti, in nome di una rassegnazione ed una sopportazione che ci rende schiave di noi stesse. Indossiamo un burka invisibile ogni volta che rinunciamo ad uscire perché abbiamo paura che il telefono squilli e non ci trovi in casa pronte a rispondere. Ci fasciamo nella stoffa delle nostre sofferenze ogni volta che mettiamo in gioco la nostra salute per non dire un “no” che ci potrebbe costare una solitudine che non vogliamo. Ci rinchiudiamo dentro ad un muro ogni volta che fingiamo di “sbattere nelle porte”, che subiamo i nostri “perché” senza risposte. Vestiamo una rete invisibile fatta di pensieri, ogni volta che tentiamo di compiacere qualcuno che nemmeno se ne accorge… e non perché gli uomini siano tutti cattivi e pronti a punirci, ma perché siamo dipendenti molto più di loro. Ogni volta che aspettiamo le decisioni degli altri senza scegliere prima perché potremmo scatenare giudizi, critiche ed abbandoni. Ci facciamo belle perché è l’unica arma che abbiamo, perché siamo cresciute vedendo nostra madre fare la stessa cosa perché le era stato insegnato così. Ci immaginiamo che se saremo belle fuori, non potremo non piacere anche dentro, dimenticando che, invece, dovrebbe – e potrebbe - essere il contrario. Ogni volta che proviamo a dire qualcosa ma per paura delle reazioni, ci affrettiamo a dire che ci siamo sbagliate, e chiediamo scusa perché siamo stanche. E quei burka invisibili restano inesorabilmente dentro di noi. Non li togliamo neppure davanti alle amiche, fingendo che va tutto bene, perché non farlo significa diventare schiave dei giudizi, non essere ascoltate e capite. E così, alla fine di tutti questi pensieri, guardo Amina salire sul treno e penso che forse il suo velo non la riparerà dalle sofferenze, ma non ci ripareranno nemmeno i nostri tacchi a spillo, le nostre calze a rete perché essere liberi dentro è un processo lento, doloroso e faticoso, è una resistenza ad un concedersi incondizionato è la rinuncia ai tanti “se…” e “perché…?” E’ una scelta consapevole e non una sopportazione od un ripiego nella speranza dell’affetto di qualcuno o l’ottenimento di qualcosa di effimero e vago. Il desidero di vedere ammirata la nostra esteriorità è un non volerci accettare per ciò che siamo, è un gioco difficile che va oltre il tentativo di seduzione. Ci scopriamo fuori per coprirci dentro e diventiamo inesorabilmente meno libere, meno consapevoli della nostra forza e femminilità. E rinunciando alla nostra libertà interiore, di scelta, di consapevolezza ci ripieghiamo su noi stesse, fino alla prossima volta in cui, nuovamente ci costringeremo ad inciampare per strada, rischiando di farci molto male. 26 October La spalla dell'Africa - Marocco 03.10.-18.10.08La stazione di Casa Voyageurs di Casablanca, nei giorni di post-ramadan, quando tutto il Marocco si muove, brulica di vite. Un brusio ordinato e discreto carico di bagagli e di attesa. Da lì si va ovunque la strada ferrata lo consenta, verso nord, verso est, e verso sud. Le tre direttive principali. Le tre identità del Marocco che vanno dal Mediterraneo, al deserto passando per le montagne. E quando finisce la ferrovia, la catena infinita delle corriere marocchine ed i “grand taxi” macinano chilometri sulle strade dritte, che sembrano tracciate con la matita e la riga o arrancano sui passi montani, risalendo le valli del Todra, del Dades, dello Ziz, del Draa, ed il tortuoso Tizi-n-Tichka, fino a lasciare spazio alle jeep che scavano le piste tra le dune di sabbia. Il Marocco è il paese dove le piazze si animano all’imbrunire, tra i mille venditori di filtri e pozioni, i baracchini che vendono succhi di frutta, le cartomanti, le donne che ricamano fiori di henné, i bambini che giocano ad arpionare il collo di una bottiglia di bibita con una canna da pesca, dotata di un anello sospeso ad una lenza. Sospeso nell’aria, c’è il suono dei tamburi, che ritmano le danze, mentre i barbecue si accendano e diffondono il profumo di carne alla brace. E’ il paese della città santa di Moullay Idriss, arroccata sul monte, bianca, con i tetti verdi della Grande Moschea dal minareto circolare e della Madrassa. Con i pomi delle porte a forma di Mano di Fatima e con i due batacchi che producono un suono diverso, perché chi risponde dall’interno possa capire se a bussare è un uomo od una donna e comportarsi di conseguenza. E’ l’avamposto di Allah in terra d’Africa, dove se dalle città imperiali si incomincia un viaggio verso sud, il primo impatto lo si avrà con le stazioni delle corriere, e con i procacciatori di viaggi che urleranno all’infinito le varie destinazioni e con la certezza che i bagagli viaggeranno insieme ad un montone mentre sulle vetture saliranno i venditori di bibite, noccioline e caramelle, corani in un tripudio di abbigliamenti, sfumature di colore, fattezze fisiche lingue ed accenti diversi tra loro. E le lingue del Marocco sono tante: l’arabo, le lingue berbere, il francese del colonialismo, lo spagnolo che si espande dalle enclavi, l’inglese di internet. I marocchini le vogliono imparare e chiedono, parlano, interrogano durante le soste nei villaggi, il vero cuore del Marocco, dove capita che dopo un trekking nel Cirque du Jaffar, ci si fermi a pranzo presso una famiglia berbera, e poi di essere accompagnati da un bimbo a visitare la scuola, dove il maestro che si ferma a preparare la lezione per il giorno dopo, ti fa accomodare su una piccola sedia e ti racconta quel che succede nelle classi composte da bambini dai 6 ad i 13 anni, la fatica, e l’enorme soddisfazione che questi bimbi, che dopo le lezioni vanno ad aiutare i genitori nei campi, gli danno. Un’ora e mezza che vale più di qualsiasi museo del mondo. Ancora una volta vita contadina. Le origini. Il filo sottile che tiene legato il mondo. La stessa terra calpestata, coltivata, annaffiata, sia che si trovi a chilometri di distanza o a due passi da casa, in questa gabbia di follia che si chiama mondo e che sa essere allo stesso tempo meraviglioso e tragico. Poi la sera si va a Midelt, dove non c’è nulla da vedere se non il souk, l’animazione nelle strade e ci si ferma dal venditore di olive, perché al Timnay Complex, dove alloggiamo, sono rimasti senza e si ritorna stipati in otto in un furgoncino che funge da taxi. Mi addormento con il Jebel Aiachy spruzzato di neve, lassù a quota 3.700 e con la sensazione di aver riempito qualche buca con le mie orme, con i miei passi, perché quando sei stipato in un furgoncino ed in quel momento non desideri essere da nessun altra parte vuol dire che la giornata è stata buona. Poi arriva il deserto. Così, quasi all’improvviso, dopo la Valle dello Ziz e poi da Er-Rachidia in gran taxi fino ad Erfoud. Ed il deserto è intenso come un temporale estivo, dopo il quale la terra e l’aria profumano di buono e di pulito, come il vento che cambia la forma delle dune e la pioggia le rende compatte. Piove, nel deserto di Merzouga. Una notte passata in compagnia dei ragazzi dell’albergo, perché non si può dormire in tenda, a scaldare i tamburi intorno al fuoco, a tradurre indovinelli ed a tentare di vedere la luna spuntare dalla duna grande, ennesimo regalo che la vita mi ha fatto. E rimani lì, perché a ridosso della duna non soffia il vento e chiedi come si fa a trovare la direzione, ma la risposta è che la direzione è dentro la testa. Già…. Il deserto, visto dalla finestra, sembra la spiaggia di Rimini in una giornata invernale ma andare via è comunque difficile, perché significa lasciare un soffio di vita, che mi spinge ad ascoltare il silenzio intorno a me, perché quando si è nomadi dentro è difficile non esserlo anche fuori, in questo stato d’animo forse giusto per gli “sbagliati” e sbagliato per i “giusti”. E’ ricercare l’equilibrio tra i picchi di un grafico fatto di fughe e ricerche a seconda di chi lo guarda, di chi lo disegna. E’ il viaggio è strano in questo giorno di attesa per la prossima meta, scandito da passaggi in autostop e dal Grand Taxi fino alle Gole del Todra. Le piogge intense hanno provocato molti danni, ma le vecchie Mercedes riescono a guadare i fiumi ingrossati che hanno invaso le strade. C’è freddo in questo Marocco delle montagne ed il giorno dopo il viaggio in “camionette” fino al villaggio berbero di Tamtattouche si rivela più difficile del previsto ma ne vale la pena, perché quando dopo 18 km. si arriva su, dove la gola si apre, ci si trova, ancora una volta, in un mondo diverso, immersi in un turismo fatto di piccoli alberghi, campeggi e rifugi. Passeggiamo nel villaggio, tra le coltivazioni e le case fatte di fango pressato, legno e paglia, dove le mani dell’uomo hanno ricamato finestre e fregi. Al ritorno si viaggia su un camper di francesi, unico modo per raggiungere di nuovo le strade animate di Tinhir, ed il suo Mellah, il quartiere ebraico dove acquisto una teiera da un robivecchi perché appena l’ho vista ho capito che era mia. Da lì si va ad Ouarzazate, dove c’è il tempo di affittare una macchina ed andare a Zagora, passando per la splendida Valle del Dra, ultimo luogo di pace, prima del caos indiavolato della Djema El Fna di Marrakech. E arriva il Marocco con i piedi in Africa e le braccia in Europa, un caravanserraglio in cui tutto si mescola senza una logica e senza un senso. Marrakech è il cuore pulsante di un paese, rappresentato dalla sua Medina di tessitori, falegnami, produttori di pellami, urla di negozianti che ti invitano ad entrare, vecchi che spingono i carretti, motorini che ti schivano a malapena. Un fazzoletto multicolore, un fagotto informe che contiene tutte le identità, il passato, il presente ed il futuro di un Paese che più di ogni altro sembra essere un punto interrogativo. I profumi delle spezie che si mischiano a quelle dei dolci, della menta, delle carni esposte nelle macellerie. Ancora carni alla griglia, ristoranti all’aperto, camerieri che ti invitano a sederti, e lontano i suoni dei tamburi, le voci dell’invito alla preghiera e la sensazione che, se un Dio c’è, sia veramente unico e diverso a seconda del lato del mondo da cui lo si immagina. E per interrompere Marrakech, c’è una gita ad Essaouira, dove tutto, villette comprese, sa di Europa. Poi, improvvisamente, sul treno che mi porta da Marrakech a Casablanca, le montagne ed il sud del Marocco si allontanano, con la sensazione che ci sia ancora tanto da scoprire e da capire, come il convivere di così tanti modi di vivere, di culture e di persone. Con l’impressione che l’Europa, in un certo senso, voglia tirare a sé le braccia del Marocco, fatto anche di Riad lussuosi, a prezzi bassi per gli standard del vecchio continente, all’insegna del tutto organizzato. Ma il mio Marocco è diverso e non perché non voglio che cresca, ma perché vorrei lo facesse rimanendo intatto nella sua cultura e nel suo caleidoscopio di identità, ma so da me che questo non sarà possibile. Spero che rimangano le ruvide Jallaba, i turbanti, i tamburi berberi, le Tajine mangiate da un unico contenitore dove tante mani diverse attingono, che rimanga il te versato dall’alto nei bicchieri, che rimangano tutti i colori che cambiano al variare della luce, le pipe che diffondono l’aroma di arancia, mela, vaniglia, il cibo preparato con lentezza estrema, attesa, retaggio di usi antichi. E ripenso ai volti dei bimbi, alla mamma che lava i panni sulla riva del fiume, al ragazzino che in motorino ha percorso i chilometri che ci separavano dal distributore e ci ha portato la benzina, al signore anziano che ci ha portato dal deserto alla strada asfaltata e ad un ragazzo, che non ha un compleanno, perché sua madre ricorda solo che è nato in un mese in cui il raccolto era stato buono. E allora buon compleanno, Ismail, a te che compleanni non hai, perché sia sempre una festa, tutti i giorni, per tutto il resto della tua semplice e meravigliosa vita.
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