Marika's profileWindows Live Spaces di M...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    10 May

    Merzouga - Marocco 25-29.04.09 ... di nuovo nella favola

    L'autobus della Supratour da Meknes è in ritardo. Momenti di vita marocchina. Ormai lo so e inganno il tempo giocando a snake insieme ad Ismail che mi fa sbagliare.
    Alle 22.30, nel silenzio quasi irreale della piccola stazione a lato di quella ferroviaria, partiamo per Merzouga.
    Insieme a noi nessun turista. Qualche famiglia, qualcuno in viaggio verso sud.
    Le strade di Mekens sono piuttosto deserte ed in pochi minti ci troviamo fuori dalla città.
    L'autobus si ferma varie volte lungo la strada, per accogliere altri viaggiatori e per scali tecnici.
    Le tappe più lunghe sono ad Azrou e a Zaida, Midelt, per scendere giù, a incontrare la splendida Valle dello Ziz, verso Er Rachidia.
    Ascoltiamo musica, di tanto in tanto dormiamo e scendiamo a fumare una sigaretta.
    Le montagne del Medio Atlante si fanno via via più basse e nello spazio di pochi chilometri il paesaggio cambia. Lo si percepisce anche di notte, quando tutto è avvolto nel silenzio ed anche a quell'ora si sorseggia il te.
    L'alba lungo la strada da Erfoud a Rissani è un'aspettativa quieta, come quando ci si è lasciati alle spalle il capitolo di un libro e se ne incomincia un altro. Un libro che si era lasciato lì per qualche tempo, in un angolo di una stanza ed ogni tanto lo si guardava, per essere sicuri di voler andare avanti e leggere la continuazione.
    Rissani è avvolta dalla luce del primo mattino e dal sole del vicino deserto.
    Scendiamo poco prima di Merzouga e da lontano la jeep di Moha solleva la polvere del deserto.
    Baci e abbracci, alle 06.30 del mattino, quando il sole inonda l'albergo "Dunes D'Or" e tutti sono già svegli per preparare le colazioni e Said è già al lavoro per spazzare la sabbia perché il giorno prima c'è stata una tempesta che ha seppellito parzialmente i tavolini e le sedie posizionati sulle piccole dune di fronte all'albergo.
    C'è ancora un po' di vento, ma Ismail dice che sarà una giornata bellissima ed io ne sono convinta.
    Nel pomeriggio ci si rilassa, si riempie la piscina, ed io mi riprendo il mio andamento lento da deserto e come al solito fermo il tempo e lo fotografo, caso mai dimenticassi qualcosa.
    Ed arriva il tramonto, raggiunto a piedi dall'albergo, scalando una duna un po' più alta delle altre.
    Quando tutto si colora d'oro e di rame, di senape e d'ocra e la sabbia scivola dalla mia mano alla sua in un gioco antico in cui alla fine si apre il pugno che appare vuoto, ma se si cerca bene, un granello rimarrà per sempre, incastonato nelle linee della vita, già tracciate e non ancora lette.
    Ed è tempo di tornare perché la sera cala rapidamente, ma non per questo è meno magica.
    I turbanti vengono riavvolti sul capo, le tuniche indossate ed i tamburi controllati. Lo spettacolo ha inizio e che sia per i turisti o meno poco importa.
    Basta sedersi lì e lasciarsi trasportare, perché la musica ed i moveimento rimangono quelli, da generazioni. Tramandate di padre in figlio, di percussione in percussione e di bocca in bocca, quando gli alfabeti dovevano essere ancora inventati.
    Poi, il giorno dopo, c'è il viaggio al campo in solitaria, sul dromedario bianco importato dal Mali che io, non so perché, ho chiamato Giovanni.
    E faccio la bocca anche a questo andamento ondeggiante, che segue il ritmo delle dune, i loro contorni ed i timori dell'inizio lasciano spazio ad una visione dall'alto, mentre Ismail procede scalzo, con le mani dietro la schiena guidando Giovanni e se gli chiedo come fa a sapere qual'è la strada per il campo, si volta, mi guarda, sorride e mi dice che ce l'ha nel cuore.... già.
    Durante i 6 chilometri, Ismail pesca un "sand-fish" che ripone nella tasca della tunica insieme ad una manciata di sabbia. La schiena del piccolo rettile ha il colore delle dune e forse c'è abituato a questi spostamenti perché non sembra per niente impaurito.
    Creature magiche, tutte e due.
    Arriviamo all'accampamento ed Ismail lega la zampa anteriore di Giovanni, che trovandosi solo comincia a chiamare i compagni che arriveranno di lì a poco.
    Ismail racconta che a volte anche così legati, i dromedari si alzano lo stesso e riprendono la strada per l'albergo e capita che le guide debbano andarli a cercare il mattino dopo. Cose da deserto....
    E cala la notte mentre il cielo si illumina e anche se non si conoscono le stelle, è bello inventare i nomi e cercarle anche se non si sa bene dove e come, ma prima o poi, una si trova sempre.
    Per vederle meglio ci si deve sdraiare, con le mani sotto la testa, come si faceva d'estate, in campagna, la sabbia al posto dell'erba, perché cambiano i luoghi, le situazioni, ma il cielo è sempre quello.
    Cancelli tutto il resto, sintonizzi cuori e respiri che diventano uno e quando accade, vuol dire che è tutto giusto e che la perfezione può esistere anche per un istante perché quell'istante è esattamente come l'hai sognato, anzi, ancora più bello.
    E' il nodo in gola che ti impedisce di parlare, è quella strana sensazione umida che sale nel naso, su, fino agli occhi e che ti riempie un cuore che batte forte e vorresti essere in grado di dare almeno la metà di ciò che ricevi, cercando di non smettere mai questo sentire e questo vivere.
    Non servono le parole per riempire il tempo, perché è il tempo stesso che riempie la bocca, perché sono le mani ed i mille segreti del cuore che dicono grazie.
    Perché è tutto questo che ricorderò.
    Ricorderò che noi eravamo là, dove le ombre della sera si fanno respiro.

    Eravamo là perché tu mi avevi aspettato dove l’asfalto cede il passo alla sabbia

    Eravamo là, per seguire il contorno delle onde di sabbia.

    Dove basta uno sguardo a riempire una vita.

    Noi eravamo là e là resteremo,

    Perché non potremo essere da nessun altra parte.