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日志


6月25日

Far Oer 2000 - Un mondo a parte

A volte si viaggia anche per fuggire, per ricominciare.
E per farlo c'è bisogno di un mondo a parte. Di un mondo nel mondo.
E' un po' come quando apri un libro di favole, per trovare qualcosa che nel mondo reale sembra non esserci più.
Mi sono distratta un attimo, ed il mio mondo a parte l'ho immaginato proprio così.
E allora ho chiuso il libro, ho guardato una mappa e mi sono messa in viaggio, salendo su una nave in Danimarca, l'unica che tracciava la rotta verso qualcosa di sperduto e che mi sembrava irragiungibile, finché la sagoma di un faro ha spezzato l'orizzonte e mi ha ricordato che c'è terra anche qui.
Mi sono detta che domani avrebbe potuto essere un bel giorno.
Ho provato a ricominciare da qui, a cercare quel che dentro non avevo più.
E contrabbandavo sogni, su quel traghetto, perché la semplicità non mi bastava più e pensavo di ritrovarla qui, dove la vita è semplicità pura.
Se ci penso sento ancora l'odore del cielo, il colore dell'aria limpida che sferzava le mie ferite, mentre camminavo nel tramonto che incendiava le nuvole.
Ed io le nuvole le avrei ritagliate perché non si trasformassero in pioggia.
Ma la pioggia era dentro. Si era scatenata con uno scroscio improvviso, ma non era un temporare estivo, piuttosto una cortina di acqua, pensieri, tristezza, disperazione.
Pensavo a tutto ciò, mentre mi perdevo nel verde che mi bruciava gli occhi, nelle scogliere che bucavano il mare.
Le isole, quelle isole, erano un inno alla vita e cercavo di cantarlo sottovoce, per ritrovarlo dentro me.
Una fuga impossibile perché quell'alternanza di salite e discese mi strappava il cuore, mi spezzava le gambe.
Ero a metà strada e sapevo che per continuare, in un disperato parodosso, avrei dovuto tornare indietro, io che nel mio libro delle favole indietro non ero tornata mai.
Giravo le pagine disegnate con i colori delle Far Oer ed il cielo terso era quasi un dispetto in quel posto dove la pioggia rende quasi sempre tutto opaco e uniforme.
Una mano tesa del destino che non ho saputo cogliere, perché in quelle stradine di campagna che si perdevano all'orizzonte, io sceglievo sempre la più lunga.
No. Non è stato un incubo. Solo un confronto con me stessa.
Quella volta ho perso, perché non ho trovato la pace e la tranquillità.
Ed ho lasciato che mi sequestrassero i miei sogni malandati e contrabbandati, sballottati dal mare in tempesta e bagnati dalla pioggia che arriva sempre puntuale, se si lascia aperto il cuore.
Ma a volte non si può opporre resistenza.
Ammainare le vele può rappresentare la salvezza, ma c'è sempre una voce che chiama lontano, un canto verso cui dirigersi, una meta sognata ed a volte maledetta e scegliere di viaggiarci, non significa viaggiare verso, ma viaggiarci dentro, anche se si sa che non si arriverà.
L'ho lasciato andare, questo mio cuore, l'ho gettato oltre le scogliere, pur  sapendo che un cuore rotto non avrebbe potuto volare.
E finalmente il pianto è arrivato, mentre seguivo con lo sguardo un contadino che aggiustava uno steccato, un pescatore che riparava le reti.
La nave intanto era nel porto, al sicuro, ma non è questo ciò per cui una nave è stata costruita.
 
6月14日

Giordania - Quanta strada nei miei sandali....

Allahhhhhhh
Capriola nel letto. Il rumore di un caccia che pare sorvolare l'albergo.
"Eh, no cacchio... la guerra anche in Giordania ... NO!!!
Cavolo succede?
Allah Akbarrrrrrr
Tiro un sospiro .... La preghiera del venerdì ... e guardo l'ora ... le 4.45
Eppure non c'erano moschee vicino a "casa"...
Che importanza ha? Ci saranno 20 altoparlanti piazzati sul minareto.....  ma dov'è 'sto minareto?
Ovunque.....! Siamo in un Paese musulmano.
La torre al posto del campanile, la voce al posto delle campane.
Mi riaddormento, pensando che ci farò l'abitudine, ma ci vorrà un po', visto che mi risveglio con la stessa voce due ore dopo.
Ho già capito che non c'è verso di dormire, allora doccia, colazione e partenza per Jerash, Lonely Planet, copricapo, occhiali da sole, crema solare alla mano e vestite come Allah comanda...
Ricerca dei taxi fino alla stazione dei bus, perché se la Lonely Planet dice che ci sono i bus.... CI SONO I BUS.
"I am a taxi driver, where do you want to go?" Perché qui i taxi non li chiami, ti trovano loro e sfido chiunque a mimetizzarsi con la fauna femminile del luogo....
"Io vi porto alla stazione, ma tanto bus non ce ne sono..."
"Sì, sì, ok, intanto andiamo..."
Deserto. Pensiline che tagliano i raggi del sole e gente in attesa che arrivi un qualunque mezzo di locomozione.
"Io ve l'avevo detto..."
Eh, già  ... LUI ce l'aveva detto... Mica abita a Genova, il taxista... è di Amman, quindi lo sa...
"30 dinari" ... "per cosa?"
"Per andare a Jerash". Vi porto, vi aspetto ... diciamo tre ore... mangiate e ritorniamo indietro
"30???"
"25"
"20"
Bello! Ponente batte levante 1-0 (tanto so che non è vero perche - e giustamente - ci guadagna comunque)
Viaggio tra "case sparse", tra polvere e roccia chiara, su strada impeccabilmente asfaltata.
Musica araba dallo stereo a palla e io che ritmo la musica con un'immaginaria Darbuka
Jerash immersa nella calura primaverile. Non si muove foglia
"Sì ma tanto è caldo secco.." Eh... vabbé.. sarà anche secco ma qui secco io...
Incomincia la strada sui miei sandali perché l'antica Gerasa merita ben una sudata!
Strano... sembra di essere nei fori imperiali ma intorno c'è tutto un altro panorama.
Girovaghiamo tra colonnati, nomi di Dei, imperatori ed anfiteatri romani...
"Cavolo, però... eravamo in gamba un tempo....."
Prospettive, costruzioni, architettura... già proprio dei bei personaggi, mica come ora che per riuscire a dare un senso alle costruzioni le chiamiamo con nomi che sembrano usciti dalla testa di un dislessico...
Buono questo primo kebab in terra giordana ... occhio alle salse perché con il caldo fermentano...
E visto che ci siamo beviamo tè e caffé a 500 gradi, perché così ci riequilibriamo la pressione.
Torniamo ad Amman e cerchiamo di mettere su una co-operazione italo-francese (e visti i contemporanei governi potrebbe succedere qualunque cosa) e affittiamo una macchina per il giorno dopo.
Imbarchiamo anche un belga, così, a fare da neutrone, perché tra Sarkozy, Berlusconi, Carla Bruni e la rumenta di Napoli potremmo anche implodere dentro le reciproche "sfighe".
Destinazione finale per noi piccole italiane (solo ed esclusivamente nel senso della statura) Petra.
In macchina non ci arriveremo mai, perché i francesi, come sempre, ci fregano sui tempi...
Già se avessimo saputo che la macchina non era a chilometraggio illimitato, se avessimo saputo che la franchigia equivaleva al prezzo di un volo interno, se avessimo saputo che i francesi dovevano asssssssolutamenteeee essere di ritorno entro domenica alle 18.00, li avremmo mandati sulla Tour Eiffel e ci saremmo organizzate, ma visto che per "problemi di lingua" (.... mah!) non ci siamo capiti, il belga prende in mano le redini della diplomazia e passa il tempo a giocare il suo ruolo e cioè quello del neutrone di cui sopra.
Perché gli autisti non chiedono mai la strada questo non lo capirò mai e così sprechiamo parte dei preziosi 150 km giornalieri per uscire da Amman, ma non ci perdiamo d'animo e così con un tuffo liberatorio nel Mar Morto ad Amman Beach (la Milano Marittima della Giordania) vediamo di seppellire i dissapori che affiorano.
Qui si galleggia ragazzi, sale amaro come il veleno. Testa fuori dall'acqua, mi raccomando, con tanto di cartello minatorio che raffigura una caricatura con bocca aperta che urla e braccia in alto come se nell'acqua insieme al sale ci fossero i pirana e visto che mare che vai acqua che trovi, Sabri ed io interpretiamo il tutto alla lettera e ci godiamo a testa alta, felici e contente, una nuotava verso Israele, mentre la nostra  francese si tuffa di testa e ci mette mezz'ora ad aprire gli occhi.... eh, càpita....
Doccia veloce, prima di diventare stoccafissi e osservazione delle donne che si immergono vestite per poi diventare rigide come Pinocchio con tutto il sale assorbito dai vestiti. Se dovessi rinascere qui, per favore, fatemi nascere scorpione ma non donna, grazie.
Pranzo a buffet 10 dinari ben spesi con ogni ben di Dio presente.
Tappa successiva: Wadi Mujib e riserva omonima con sosta caffé per non correre il rischio di tenere il cuore ad un ritmo normale... ci mancherebbe!
Ci riserviamo il sacrosanto diritto di visitare questa meraviglia della natura il giorno dopo, con calma, tanto dobbiamo anche pensare come arrivare a Petra, che non è proprio dietro l'angolo e non ci sono trasporti pubblici efficaci, con vari cambi per coincidenze che chissà se ci sono.
L'auto giapponese arranca sulla salita per arrivare a Madaba, panorami da togliere il fiato di roccia e pietra che culminano nel view point per vedere un tramonto che ... non c'è!
Calma. Non sto dicendo che siccome eravamo con i francesi il sole non sarebbe mai più tramontato, ma il tramonto difficilmente funziona "da sotto in su" se lo si vuol vedere... Va da se' che se si scende in una valle e il sole tramonta dietro le montagne... beh, ... dura eh????
Così noi piccole italiane rimaniamo in alto, sull'apice del passo e ci godiamo un tramonto un po' giallino, ma pur sempre tale, mentre sui francesi lì sotto cala già la sera... questione di punti di vista...
Li attendiamo dialogando con due ragazze israeliae autostoppiste e con un sorriso grande come la bocca del Joker saliamo in macchina, per arrivare a Màdaba giusto in tempo per la preghiera della sera.
Cena al fast food di fronte all'albergo e serata di pianificazione del viaggio a Petra del giorno dopo, finché un illuminato ragazzo sudafricano ci dice di parlare con il taxista in contatto con l'albergo.
Ci porta lui, in condivisione con una coppia di ragazzi anche loro in viaggio verso Petra...
Appuntamento per il giorno dopo alle 07.30 lavati e vestiti. Dai, che così si va a fare canyoning (perché noi l'inglese ce l'abbiamo dentro) nel Wadi Mujib, si torna per le 14.30 e si riparte per Petra... ma che figata!
Già.
Ora di partenza effettiva: 10.30 ... motivazione: qualcuno è stato male? Nooo! Problemi di diarrea del viaggiatore? Noooo!
Ci hanno tagliato le gomme della macchina o succhiato benzina dal serbatoio? Noooooo!
I francesi si sono addormentati.
a) Li ammazzo
b) Oltre a Carla Bruni gli mando Ratzinger e la rumenta di Napoli
c) Sono superiore e facccio finta di niente perché IO sono superiore e faccio finta di niente... o quasi
"A me non frega niente. Noi. Qui. Di ritorno alle 14.30. senza discussioni".
Messaggio ricevuto... se avessi saputo che sarebbe stato così facile...
La passeggiata con le gambe a bagno è fantastica. Tutt'intorno il canyon regala scorci meraviglisi, infinite sfumature di colori e l'acqua che passa dal verde chiaro allo scuro, piccolissime spiaggette di sassi su cui sedersi per rilassarsi, un clima semplicemente fantastico e fresco, mentre avanziamo con andatura barcollante nel fiume.
Torniamo in tempo a Màdaba dove il nostro taxi ci aspetta. Salutiamo i compagni di viaggio che a parte il "Neutrone belga" non scendono nemmeno dalla macchina (meno male così facciamo prima).
Alé, Petra! E vvvvvaiiii!
Siesta in macchina dopo i soliti convenevoli con la ccppia francese-brasiliana che vive in Germania e risveglio sulla Desert Highway in vista di Wadi Musa.
"Che albergo ci consiglia?"
"Mah, io vi porto al Cleopetra, poi se non vi piace cambiamo".
Rampa di scale. Seconda rampa di scale. Reception.
Albergatore che ci fa sedere ci chiede da dove veniamo e intona "Bella Ciao", mentre ci porge il té..
"Sabriiiii! Ci fermiamo qui! Ora. Subito" Con la penuria di identificazione che soffriamo in questi periodi politici bui, uno che mi canta "Bella Ciao" mica posso liquidarlo...
Rampa di scale. Sconto di rito sul prezzo della doppia "perché siete voi". Camera minuscola, bagno sui generis  machissenefrega...!
Lui canta "Bella Ciao"!
Doccia come d'uso e corsa al ristorante (ma perché? in vacanza dovremmo riposarci?) consigliato da Mosleh del Cleopetra con sconto se diciamo che ci manda lui. Devo ricordarmi di fare così la prossima volta che vado da Zeffirino....
Pantagruelica cena di carne, verdura, salsine, yogurt, che tanto a Wadi Musa di sera c'è freddo e non fermentano, con té finale perché gli alcolici (che ci starebbero così bene con questi menù) li troveremo solo nei bar dei grandi alberghi.
Scopriamo che almeno apparentemente siamo le uniche due turiste donne non accompagnate. Approfondiamo la scoperta meditando sul fatto che non ci sono proprio donne in giro ... eh già... i taxi ci suonano, la gente ci fa segnali in alfabeto morse utilizzando i display dei telefonini, si sbracciano dalle terrazze, ci invitano a bere qualcosa, c'è qualcosa che non mi torna...
E intanto, come fossimo in un film si materializzano elementi maschili in puro stile "Sandokan" con keffyah (tanto anche se è sbagliato l'ho visto scritto in almeno dieci modi diversi) in testa, lunghi capelli neri, che sfumazzano e si intrattengono sulla "rotonda" di Wadi Musa che ruota intorno al gabbiotto della polizia turistica ... chi saranno mai...
Io che sono illuminata per convinzione più che per DNA e meditazione la buttò lì:
"Le guide di Petra! Ma certo!"
E siccome noi si è capito tutto (...come no....) che si fa? Si va a parlare sul terrazzo con Mosleh che si è procurato lattine fresche di Amsteel (forse a borsa nera?) e poi si va in branda.
Il giorno dopo ci accoglie con il Muezzin e una scolaresca che fa ginnastica nel sottostante cortile della scuola con il capoclasse secchione che con l'aiuto dell'altoparlante ripete le direttive del maestro. Vabbé tanto bisogna andare a Petra presto.
Colazione con Mosleh che ci fa accompagnare a Petra dallo zio (servizio incluso nel prezzo) ma una di noi si deve sedere davanti (giusto perché ho letto che le donne viaggiano dietro) perché il taxi non è un taxi e quindi non deve sembrare un taxi.
Grandi questi levantini...
..... 'mazza che caldo... ah già ma è caldo secco, che scema...
Biglietto da due giorni 26 dinari, ma ci stanno tutti, anzi io farei pagare di più.
"Hei, where do you go? I have seen you yesterday in Wadi Musa..."
"Sabri, chi caspita è? dice che ci ha visto ieri a Wadi Musa
"Che ne so?" ... Mah... !
Il Siq è qualcosa di magico... l'attesa cresce dentro perché ad ogni curva pensi di vedere apparire il tesoro e dentro di te dici "dai, che è questa.."
Non c'è molta gente, strano, pensavo di più e comunque tutti in religioso silenzio. Ogni tanto ci fermiamo per qualche foto e per ammirare le rocce modellate dal vento in migliaia di anni...
E poi lo vedi apparire... come l'hai visto centinaia di volte mentre preparavi questo viaggio... E' soltanto una fessura, una piccola porzione di roccia rosa... no, forse non è proprio rosa... è più sul rosso... salmone direi... e ti fermi paralizzata... non sai se andare avanti o tornare indietro e avanti e indietro e avanti e indietro per ritardare l'attimo in cui lo vedrai per intero questo Tesoro, questa cosa indescrivibile che sbuca dalla roccia e l'effetto è talmente strano che pensi che sia tutto un gioco e che arriverà qualcuno a smontare gli scenari di polistirolo...
Invece no. Ti avvicini ed è ancora lì ... C'è la gente ma tu non la vedi, tocchi le colonne, bussi sulla pietra..
E' vero. E' tutto vero. Petra esiste! Sono a Petra.
Domani. Qui. Alle sei del mattino, con un'altra luce.
Ma la cosa fantastica che alla fine del Siq pensi di essere arrivata ed invece è solo l'inizio. Procedi a destra del Tesoro ed entri, di nuovo, a Petra. Tutto si allarga, si amplia, cambia colore ancora una volta, ti viene persino il magone e la macchina del tempo ti riporta indietro.
Petra è tutto un arrivo e tutto un inizio di tutto.
Vorresti salire ogni gradino, guardare ogni pietra, fotografare ogni angolo, fermarti lì e vivere di immagini e di sospensione nel tempo.
Cammini e non ti accorgi nemmeno di farlo. Dalle tombe dei re domini l'anfiteatro, le bancarelle delle donne beduine e la valle... incredibile.
E la giornata prosegue proprio in questa sospensione a mezz'aria, interrotta da gente che ti saluta che dice che ti ha visto, incontri con i ragazzi del posto, prima di incominciare la salita al Monastero. Chi dice 800, chi dice 1000 o più di 1000 gradini.
Io ho perso il conto al decimo e va bene così...
Boccheggio e mi fermo ogni 10 metri.
Passeremo da 1000  a 1650 metri s.l.m., tradotto in scale.
"Vabbé dai, se ce la fanno quelli lì..."
Sabri mi indica un gruppo che più che in gita sempra in pellegrinaggio e magari poi in effetti qualcosa può sempre succedere no?
Petra come Lourdes non ce la vedo, però non si sa mai....
Striscio come i cani verso le ombre che cominciano ad allungarsi.
Siamo troppo furbe. La Lonely Planet lo diceva che bisogna affrontare la salita nel pomeriggio, quando arriva l'ombra.
Individuiamo punti di riposo stile stazioni della via crucis e tattici baracchini che vendono bibite. Praticamente ci fermiamo ad ognuno.
D'altronde mica sono gli altri che sono sopra la media, sono io che sono sotto...
Però alla fine al Monastero ci arriviamo. Eccome se ci arriviamo. Ed è ancora più bello del tesoro, lassù, in alto, nel vento.
Davanti a qust'altro miracolo che ci regala Petra, ci sono file di sedie per poterlo contemplare perché se arrivi fin qui non chiedi altro.
Ti passa anche la stanchezza, tanto che decidi di proseguire fino al punto panoramico dal quale si vede la Palestina.
Qui le rocce si fanno nere, grige, rosse, con tutte le sfumature di questi colori in una tavolozza impazzita dalla gioia.
Manca Giuda che intona "Jesus Christ Superstar..."
Atef mi soccorre.
Sono paonazza (ma mica è la fatica, è soltanto la pressione da riequilibrare) e guardandomi un po' preoccupato mi dice di sedermi e mi offre il te, prima di rimanere folgorato da Sabrina e di tirare su una filippica sulle prestazioni beduine ad una signora francese con una faccia scioccata e una meccanica risata di cortesia mista ad imbarazzo (... o forse qualcos'altro).
Atef non lo fermi più. Molla il negozio a qualcun altro e si incolla a Sabri. Mi ripete che gli piace molto, ma nel frattempo vengo catturata da una comitiva di francesi che mi fa scattare la stessa fotografia 20 volte, tante quanti sono i partecipanti al tour. Cerco di spiegare che le foto digitali si possono inviare e scambiare ma non c'è verso.
Arrivano due ritardatari e la scena si ripete perché altrimenti le foto non sarebbero complete.
Sabri ritorna con numero di Atef e con appuntamento. Impossibile rifiutare.
E siccome per l'ennesima volta noi abbiamo capito tutto, si decide di rientrare perché, cavolo, noi avevamo dato appuntamento allo zio di Mosleh per le 17.00 per essere riportate indietro e non potevamo mica dargli buca!
Machissenefrega se mezza popolazione di Petra ci dice di fermarci a vedere il tramonto!!!!
Sono un po' disappointed verso questa mia improvvisa botta di serietà ma vabbé.
Arranchiamo nel Siq. Luce bassa. Tutto avvolto nel crepuscolo... foto, foto, foto!!!! (tutte mosse o quasi).
Allucinazioni da stanchezza nell'ultimo tratto di strada e ritardo sull'appuntamento. Non c'è lo zio autista abusivo.
Noi, tecnologicamente avanzate, chiamiamo Mosleh all'albergo e ci scusiamo (non sia mai...).
Ci viene a prendere e ci propone serata sul terrazzo con bottiglia di vino (si va sulle sostanze pesanti).
Cerco di declinare "eh, Mosleh... noi si andrebbe a..."
"Mi raccomando non fidatevi dei beduini di Petra i bedoul..."
"Ah sì?"
"Sì. Non sono affidabili. Bevono, fumano e invitano tutte le donne..."
(Ah beh, se è così....).
Già a me per indole la parola "non fidarti" mi fa venire l'orticaria. Mi fa drizzare le antenne nel senso opposto e poi la faccenda dell'inaffidabilità...
"Non mi credi..."
"Chi? Io???? Nooooo! Figurati!!
"Allora andate a mangiare che poi ci vediamo sul terrazzo"
E daie...
Prendere tempo. Tergiversare. Rimandare e sopratttutto mangiare!
E si mangia. Eccome se si mangia.
"Tiriamo il pacco a Mosleh, giusto?"
"Eh, ma io dovrei tornare in albergo... "
"Come? No, dai se torniamo in albergo siamo fregate..."
"Ma figurati! Si va e basta"
Sì e già... e io all'albergatore  Bella Ciao che gli dico?
E allora, sempre perché sono illuminata, quando lui mi dice "Allora? Andiamo?"
La mia risposta da corso avanzato di diplomazia è: "ma veramente noi dobbiamo ancora mangiare"
"Ah, ok allora andiamo al ristorante insieme..."
Eh, ma belin!
"No, guarda devo stare sola con Sabrina perché ho bisogno di parlarle"
E già perché lui se la beve....
Così si irrita e dice che non vuole disturbarci e se ne va proprio bello dritto al ristorante degli amici spioni...
A questo punto dovrei dire "ma a me... che cacchio mi frega?" Eppure mi è dispiaciuto e mi sono sentita in imbarazzo. Cose da piccola italiana.
Prendiamo la strada opposta ed un taxi per il Moevenpick, sognando di annegare il fallimento diplomatico in una media alla spina.
Cerchiamo il bar e ci dirigono verso il mega albergo più caro della zona dove per entrare vieni perquisita come se dovessi prendere un aereo dopo l'11 settembre e già il mio stomaco si upset di nuovo. Ma non scherziamo! Cioè secondo loro chi paga 180 dinari per dormire lì a momenti deve lasciare pure le impronte digitali????
Bar megagalattico. Rimango un po' così mentre il cameriere mi ripete probabilmente per la terza volta se ci può aiutare e io, la regina delle cazzate chiede: "si può bere qualcosa?"
La sua faccia a questo punto esprime un sincero sentimento di compassione e la muta domanda "ma secondo te????"
Eppure, mi ha detto: "certamente signora"
"No, sa perché, non è che sono proprio abituata a certi ambienti"
Brava, complimenti!
Birra fresca, sottobicchiere, salvagoccia, posacenere da rubare e rivendere ad un prezzo qualunque compreso tra 100 e 200 euro.
Tavolo in cristallo, sedie comode come la poltrona Frau e attesa un po' rigida.
Noto con la coda dell'occhio un inaffidabile presunto abitante di Petra un po' scazzato e seduto sul divano a lato.
Sabrina dice:
"Io non chiamo" Se non arriva ce ne andiamo.
Per carità, certo che ce ne andiamo.
E si materializza un Atef trafelato, un po' atamarrato nel cinturone con fibbia ovale grande come un uovo di struzzo, ma si sa, la moda....
E contemporaneamente l'altro individuo scatta in piedi e si parlano in arabo (ovviamente nel vero senso della parola).
Maglietta di Bob Marley perché, come dice una mia amica, la globalizzazione non ha confini.
Ma guarda un po' che Atef ha portato un amico e guarda un po' che ne arriva un altro.
Discorsi, conoscenze, risate e pause del "adesso cosa succederà".
No, perché va bene odiare i luoghi comuni e le intromissioni, ma magari Bella Ciao ci ha pure ragione...
E siccome Bella Ciao potrebbe aver ragione si va ad una festa sulle montagne di Petra, luogo isolato, dove se ti succede qualcosa ti buttano giù dalla prima rupe tarpea del circondario.
Ma chissà perché, io della gente mi fido sempre. Scema? Può darsi ma la serata diventa proprio bella.
E quando Achmad scatta in piedi e dice "mi sa che devono ritornare in albergo" sono le 02.30.
Io in pace con Allah, Dio, le montagne, la luna e le stelle e sempre più illuminata dalla festa, dico "ma noooo! Figurati! Si sta così bene qui!"
E siccome le donne evidentemente anche lì non capiscono mai niente, mi dice "Fidati, è meglio se tornate"
E vabbé, torniamo.
Ore 03.00 porta chiusa. Sabrina suona il campanello, nessuno apre.
Mi appoggio al muro stanca morta e penso l'unica cosa che mi viene da pensare nella mia lingua: "Ma belin".
Ahmad vorrebbe che memorizzassi il suo numero ma praticamente non so neanche più dov'è il cellulare. Sabrina continua a suonare, Atef bussa alla porta e ciliegina sulla torta passa una macchina della Polizia Turistica che i due baldi inaffidabili accompagnatori fermano sbracciandosi.
Ecco. Lo sapevo. Ora ci cacciano dal Paese...
La porta miracolosamente si apre (potenza delle luci blu....)
Già gli arabi sembrano sempre incazzati quando parlano. Figuriamoci quando lo sono veramente.
Fase concitata. Chissà cosa stanno dicendo, ma io mi ridesto. Parto a testa alta verso la macchina della polizia e spiego in inglese perfetto ma un po' sbiascicato da sembrare statunitense (e non per volontà) che eravamo in difficoltà e questi due signori ci hanno dato una mano perché ci hanno visto.
Grande. Un'interpretazione da oscar.
Tutto finisce lì con il poliziotto che mi guarda e sembra che dica "Sì, 'spetta che ci credo..."
Porta che si richiude.
"Voi due domani via di qui entro le 11.00. E Va già bene che non ho registrato i passaporti altrimenti dopo mezzanotte avrei dovuto denunciare la scomparsa"
Che scomparsa?
Ah, la nostra scomparsa... Ah ecco... Perché se ci violentano prima di mezzanotte pazienza, se lo fanno dopo è un casino. Eh, Sì, fila come ragionamento....
"Tranquillo. Domani ce ne andiamo"
Ciao Bella Ciao
Ma pensa te...
Giorno dopo. Sveglia. Zaino da rifare come se partissimo per la guerra. Colazione. Tutto il personale dell'albergo ci saluta sorridendo e anche quelli che non ci avevano parlato chiedono come stiamo e continuano a sorridere. Forse si sentono partecipi....
Mosleh con una faccia che sembra uscita da una centrifuga si siede e ci parla.
Adesso ci parla...
"Dovevate rientrare a mezzanotte"
"Chi? Noi? Perché non ce lo hai detto?"
"Dovevate saperlo"
Certo. Figurati. Sempre vissuta in Giordania... N oi sappiamo benissimo che qui dobbiamo rientrare ad una certa ora.
Nella testa si materializza la figura di mio padre con i suoi orari tutti particolari per cui se non si rientrava a casa dopo il tramonto si sarebbero commessi tutti i sette peccati capitali e mi sento di nuovo un po' disappointed
E innocentemente chiedo "Perché?"
"Perché siete sotto la mia responsabilità"
Eh no. E proprio no. Io se non so le cose non posso inventarmele. Già è dura farle quando le devo fare ma se non le so non se ne parla proprio.
Sabri si lancia in una lezione di marketing e di pubbliche relazioni sul fatto che un albergatore fornisce un servizio e io ho la testa che mi scoppia.
Ad un certo punto mi viene da ridere, ma veramente da ridere, da lacrime agli occhi e continuo a ripetere "Non ci posso credere". E rido come una matta dentro di me cercando di trattenermi per non centrifugare ancora di più Bella Ciao.
Roba da non credere, ma come molte delle cose che ci accadono, tutto si sgonfia e Bella Ciao ci concede la grazia di fermarci ancora una notte, visto che poi saremmo partite per il deserto.
Magnanimo come Allah.
"Ma non rientrate dopo mezzanotte"
"Ma senti un po', non è che per caso, così, tu ne stai facendo un caso personale?"
E figuriamoci se ti dice di sì.....
Pomeriggio a Petra, non senza essere passate di albergo in albergo a chiedere se fosse vero che si deve rientrare entro mezzanotte.
Cane se abbiamo trovato uno che ci dicesse di sì...
La giusta rispota alla domanda di cui sopra.
Tramonto sull'altare del sacrificio, accompagnate da amico e parente di Atef e Achmad che ci indicano le grotte dove sono nati.
A saperlo prima, affittavo un mulo che portasse lo zaino e mi piazzavo in una caverna, tanto una più una meno... altro che albergatori con climaterio avanzato!
Aspettiamo il calar del sole con loro due.
"Parcheggio il cammello e andiamo su". Mi dice uno dei due che presumo si chiami - dal suono che emette quando si presenta - Adnan o qualcosa del genere.
Bellissimo. Lui parcheggia il cammello. E' un grande.
Saher (non metterei il cuore sopra sul fatto che sia scrito giusto...)  invece viene su con l'asino "Ma perché non volete salire? Siete stanche!"
No, guarda, lascia perdere la povera  bestia, tanto asino per asino che sono, salgo a piedi.
Un'ora molto bella. Stressante per la povera Sabri che come al solito ha subito le avances, mentre io contrattavo sul prezzo per cederla al miglior offerente, ma molto bella. Sono arrivata a 300 capre. Non male, visto che fanno il latte.
Cammelli non ne hanno perché sono poveri... però .... 300 capre... Sabri, venduta!
"Ah, grazie, fate pure come se io non ci fossi...!"
Rientriamo a mezzanotte. Veramente. Dopo aver presenziato ad una festa di fidanzamento che normalmente dura tre settimane.
Con fuochi d'artificio, musica araba a palla, cibo e balli maschili.
Delle donne alla festa manco l'ombra. Solo noi. Fotografate come stars in vacanza.
Mattino successivo di trasferimento.
Giro per il paese, battute con Mosleh, telefonate di preparazione alla trasferta Wadi Rum.
Tutto in ordine, taxi che ci viene a prendere, Mosleh che si riconcilia almeno in parte con "lo stile di vita delle donne europee" (e non ha visto niente....) e si parte per il deserto.
Si riprende la Desert Highway, fedelissima al nome. Tutt'intorno il nulla e anche qualcosa di meno.
Arrivo a Wadi Rum e incontro con Salem, la nostra guida per i due giorni di permanenza.
Salem parte alla carica. Mette in moto la Jeep e comincia ad addentrarsi nelle piste.
Non c'è nessuno. Le gite qui partono al mattino e così essendo pomeriggio tutti sono già oltre, e ci gustiamo questo deserto piano piano.
Sprofondando nella grande duna rossa, salendo sul piccolo arco di roccia, cominciando ad ascoltare il silenzio del deserto, quello che mi rapirà e mi farà desiderare di tornarvi prima ancora di essermene andata.
Il vento leggero alza la sabbia in superficie. In poco tempo scompaiono le tracce fino al prossimo passaggio.
Comincia la passerella dei colori che cambiano e quando arriviamo al campo per la notte Sabri ed io andiamo a fare una passeggiata.
Ci sdraiamo sulla sabbia ad attendere il calare del sole.
Ci dimentichiamo le scarpe, incuranti degli scarabei e della vita sotto la sabbia.
Tutto e tutti sono infinitamente lontani.
La mente vaga e non si fa in tempo a concludere un pensiero semplicemente perché non ci sono pensieri.
Il cielo come coperta, la terra come letto, forti come il deserto, si spostano come il vento, soffici come la sabbia. Per sempre liberi.
Già. Vedere il deserto attraverso gli occhi dei loro zingari....
E Salem ci avverte di prepararci per la cena. Il rito dell'accensione del fuoco, i tappeti a terra, la legna che piano piano si trasforma in brace, la teiera sempre piena.
Non parliamo molto. Non ce n'è bisogno.
E chi si muove da qui?
E chi dorme in tenda, quando c'è il cielo come coperta?
Mangiamo, aspettiamo che tutti vadano a dormire ed andiamo anche noi. Io mi piazzo dove mi dice Salem e lui per precauzione si posiziona non troppo lontano da me perché siamo pur sempre nel deserto.
Comincio a contare le stelle, mi addormento e mi risveglio per un attimo quando sorge la luna, come se una voce dentro mi avesse detto di farlo.
La mattina successiva, giusto perché mi stavo godendo l'alba, un rumore mi disturba.
Ovviamente due francesi in deltaplano a motore che sorvolano il Wadi Rum.
Io nella nebbia del primo risveglio pensavo già ad un muezzin a motore, che arrivava a recitare la preghiera del mattino, ma "fortunatamente" erano solo due simpaticissimi francesi...
Facciamo colazione, e si parte per il trekking al grande ponte di roccia.
"Ma Salem, sei sicuro? Perché non so mica..."
"Ce la fai, ce la fai..."
Sabrina alza bandiera bianca. Si stende  su una roccia e attende gli eventi.
Salem ce la mette tutta per convincerla ma non se ne parla proprio.
E allora incomincio ad arrancare dietro Salem, che mi guida e mi dice dove mettere piedi e mani e dopo qualche sosta, arriviamo al ponte.
Spettacolo. Ce l'ho fatta.
Spettacolo. C'è una vistsa incredibile.
Spettacolo. Sto passeggiando sul ponte di roccia.
Merda. Sono finite le batterie della macchina fotografica.
Salem ride. Ormai ha capito il tipo.
Si siede e mi dice di mangiare.
"No, guarda, ora proprio non ho fame"
"Non ti ho chiesto se ne vuoi, ti ho detto di mangiare. Devi mangiare"
Ecco. Appunto. Ti pareva che in questo paese riuscissi a fare una - dicasi una - cosa che voglio io?
E mangiamo.
Stessa solfa con il succo di frutta che poi tra l'altro mi fa venire una sete.....
Si ridiscende la montagna e per certi versi la discesa è più dura della salita.
Scivolo in un punto e mi gratto un ginocchio ed il sedere in una fessura da attraversare, ma che importa?
Io come dice Salem, sono beduina dentro...
A me sembra essere più un puffo archeologo che una donna del deserto, ma comunque, se lo dice Salem...
Salem che si propone, dopo i complementi per il pranzo, di venire in Italia a lavorare come casalingo.
Ovviamente preferibilmente a casa di Sabrina, che viene aiutata delicatamente a camminare, salire e scendere nei punti a lei meno adatti
"Tu ce la fai li dietro?"
"Sì, sì, vai pure"
"Eh lo so che sei come l'uomo ragno!"
Grazie Salem. Io posso anche morire, che tanto ce la faccio, tanto io sono beduina dentro...
Poi è carino il fatto che Sabrina sembra paragonata a Sharazad (sì, lo so, è scritta sbagliata anche questa...) ed io all'uomo ragno.
Se rimango qui, mi sa che in un mese mi si fotte l'autostima faticosamente accumulata in 42 anni di vita...
Passeggiata in attesa del pranzo.
"Allora, mi raccomando. Là c'è un altro arco di roccia da vedere. Andate e prendete come punto di riferimento quella roccia bianca, la vedete? Io sono qui dietro con la macchina. Potete anche seguire le tracce dei pneumatici".
"Tranqui, Salem, ad occhi chiusi".
Come no... al ritorno se non ci chiamava lui facevamo la fine dei protagonisti di Puerto Escondido
"Ma senti, se dovessi perderti nel deserto, se dovessi rimanere qui, come faresti ad orientarti?"
Bravo Salem, geniale. E il manuale delle Giovani Marmotte me lo avevano rubato.
"Ehm... beh, aspetto di vedere dove tramonta il sole, così riconosco i punti cardinali"
"Brava. E poi ti metti in marcia?"
"Ah no. Aspetto l'alba. Così nel caso mi fossi sbagliata con il tramonto, c'è sempre l'alba a darmi una mano. Se passo la notte, ovviamente"
"E poi?"
E poi cosa? E' uno dei deserti più trafficati del mondo, passerà qualcuno prima o poi, no?
"Vabbé, lasciamo perdere... devi seguire le tracce... "
"Ma Salem, che tracce? Il vento le cancella"
"Mmmm non tutte. Ci sono un sacco di segni"
Uhh... No. Gll Scouts no. L'unica cosa che avevo imparato in due incontri era suonare "Laudato si mio Signore" con il giro di DO.
Il resto nebbia.
Si mette a ridere, il ragazzino, e ci concede una pausa per dormire (che doppo quattro bicchieri di te....)
Ritorniamo al piccolo villaggio di Wadi Rum alle 17.00 con in testa due decisioni distinte.
Sabrina ad Aqaba ed io nel Wadi Araba. Altro giro, altro deserto.
Le inaffidabili guide di Petra mi verranno a prendere per un'altra notte di botte e violenza. Quasi quasi telefono a Bella Ciao e glielo dico.
Sabrina ha bisogno di verde, ristorante, albergo e doccia.
Io sono ridotta ad uno schifo ma resisto.
E così mi ritrovo stravaccata su due sedie intenta a scrivere il mio diario, sorseggiando una Amsteel e riequilibrando liquidi con te e acqua (bel miscuglio).
Se ne va anche l'ultima comitiva e mi ritrovo di nuovo in sospensione. In attesa.
Leggera brezza, clima fantastico, sole che cala su un altro magico giorno.
In una parola: pace.
Posso anche stare qui. Chissenefrega. Che meraviglia. Sorriso stampato sulla faccia e per poco mi strozzo quando soprapensiero vengo ridestata da Achmad che sbatte la portiera e urla "Buongiorno Principessa".
Mi strozzo con l'acqua. Mi ribalto dalla sedia e mi ricompongo in fretta, lisciandomi in un gesto istintivo ed assolutamente inutile la camicia.
"Faccio così paura?"
Come no. Un incubo.
Si riparte signore e signori. Si torna verso Petra, insieme ad Achmad e Mohammed, altro terrificante beduino di Petra, sposato ad una ragazza svizzera, nomade europea.
La jeep macina chilometri ed il vento del deserto entra da tutte le parti. Sosta al controllo di polizia del Wadi Rum dove lavora il fratello di Atef.
Meglio della tribù della TIM.
Sera. Villaggio beduino di Petra. Mohammed scompare e mi ritrovo seduta nel salotto in casa della famiglia di Acham, che si stringe intorno all'ospite, io, colpita da tremore per surplus di sostanze stupefacenti (il te in dosi esorbitanti lo diventa).
Entra un fratello e ce ne facciamo un gotto.
E se bevi con un fratello non è che puoi non bere con l'altro.
La domanda sorge spontanea, direbbe qualcuno: "ma quanti siete in famiglia?
"Fammi pensare... dunque... nove fratelli e otto sorelle"
Non ce la posso fare. Se anche i piccoli mi offrono il te sono fregata.
"Gradisci per caso un caffé?"
Mi odiano. Mi vogliono morta.
"No grazie. Veramente. Va BENISSIMO il té. Ottimo". C'è un limite a tutto.
Mi salva la nipote più piccola. Si catapulta in braccio e si addormenta e così ho le mani impegnate. Speriamo non prendano una cannuccia....
E ridendo e scherzando, mano a mano che arrivano tutti o quasi i membri della famiglia, mi abituo a questa vita beduina, mi rilasso mentre Achmad mi fa vedere le sue sculture di Petra. Bellissime. Ma in fondo ci può essere qualcosa di brutto in tutto questo?
Direi di no....
"Perché non le vendi ai turisti?" A me piacciono tanto le domande intelligenti....
"E ti pare che qualcuno possa portarsi in valigia 10 chili di pietra?" Idiota che non sono altro.
Achmad finisce di imballare le vettovaglie per la notte nel Wadi Araba aiutato dal fratello che nel pomeriggio aveva pensato bene di catapultarsi giù dal tetto di casa.
Pollo con melanzane, cipolle, patate, peperoni, pomodori avvolto nell'alluminio, acqua, torcia, teiera, un bicchiere uno solo (fa che non sia per me....), stoviglie.
Arriva il mitico Mohammed. Siamo pronti. Si parte con due inaffidabili guide beduine di Petra, verso il centro del nulla.
La jeep arranca, poi scende poi sale di nuovo, poi si stabilizza.
Il Wadi Araba è una depressione. Fa caldo anche di notte.
"Abbiamo piatti e posate, ma se vuoi ti facciamo vedere come mangiamo noi. Nel Wadi Rum sicuramente non lo hanno fatto"
Eccola, l'antica rivalità di quartiere che affiora... Siamo uomini o beduini?
"No. Voglio vedere come mangiate voi".
Fuoco. Pietre per accenderlo. L'involucro di alluminio sulla brace. La teiera che fuma a lato.
"Ci vorrà un'ora e mezza".
Passeggiata nel deserto.
"Li senti?"
Sento cosa? Non vola una mosca....
Cammelli che passano nel buio rischiarato dalle stelle.
Qualcosa di indimenticabile. Di puro. Di inimmaginabile.
E ancora una volta tutto si trasforma in qualcosa di nuovo e di mai provato.
Ho camminato tanto, per arrivare fin qui.
Qui, dove finisce la vacanza. Qui dove si accavallano i pensieri e le sensazioni. Qui dove getto una moneta per essere sicura di ritornare.
Pane arabo al posto del piatto, stufato sopra li pane, si spezza un angolo e si usa come pinza. Ottimo, una delle cose più buone che abbia mai mangiato. Le verdure prendono li sapore del pollo, leggermente speziato. Poesia.  
Non si dorme. E chi ne ha voglia?
Ci si racconta la propria vita, i propri amici, i propri amori.
Si scopre che le diversità, le differenze sono l'altra faccia della stessa moneta.
"Nella prossima vita voglio essere beduina"
"Perché non in questa?"
Perche in questa sono già qualcos'altro e questo momento è un dono. E non posso desiderare oltre. E' impossibile desiderare oltre.
Accetto. Assorbo. Contemplo.
Non potendo vivere due vite, ne vivo una due volte. O almeno mi sembra di fare questo.
Cerco di guardare la scena come se fossi fuori dal mio corpo, come se vedessi un film e non la realtà.
Perché la realtà è troppo bella per essere vera.
Si fa l'alba.
Il sole scalda le dune. Le guide dormono ed io decido di fare una passeggiata. Giusto li tempo di rotolare giù per esorcizzare con una risata di bambina la partenza dal Wadi Araba.  
Sabbia che riempe la bocca, le cuciture dei vestiti, i capelli, persino il telefonino.
Sabbia fine e leggera. Più leggera.
Ne troverò un pacchetto nello zaino, al mio ritorno a casa.
Achmad si sveglia e gli dico che è ora di andare.
"Riserva di Dana? E' bellissima".
"No. Achmad. Màdaba. Sabrina arriva lì".
Achmad prende la Keffiah e la avvolge sul capo.
Prende il thop e se lo infila, lungo, nero, sopra i pantaloni bianchi e la maglia.
Nei pressi del Mar Morto ci assalgono il caldo e l'umidità.
Ci fermiamo a mangiare, ma una sensazione di soffocamento che ce lo impedisce.
Risaliamo strade già viste soltanto una settimana prima. Non parliamo molto su, sulle montagne verso Madaba...
Ricerca dell'albergo prenotato da Sabrina.
Imbarazzo da addii e il non poter esprimere la mia gratitudine.
Il non poter esprimere nulla.
"Shukran, Ahmad. Shukran Mohammed. Grazie."
"Sì. Grazie a te".
Le mie guide stanno per andarsene e allora me ne frego della Giordania e delle convenzioni sociali. Li abbraccio. Come si fa qui da noi. Come si fa con qualcuno a cui siamo affezionati e non conta da quanto tempo.
Rimangono un po' storditi, questi uomini del deserto. Achmad si guarda in giro e non sa che dire.
Deglutisce e infila la porta e Mohammed lo segue, con un ultimo cenno della mano.
Mi volto e premo l'ascensore per il terzo piano e mi ritrovo a pensare "ascensore? terzo piano? albergo con piscina?"
La porta metallica mi taglia fuori da ciò che è stato fino ad ora.
"Domani torno" e vorrei essere già a casa. "Domani torno". A voce alta.
Ma in reatlà sono già tornata, dal momento in cui si sono chiuse le porte dell'ascensore qui, al Mariam Hotel. A Madaba. A 300 km. dal centro del nulla, o del tutto.
 
 
6月5日

Petra, Wadi Rum e Wadi Araba - A Million Stars Hotel

Adnan è molto giovane e sorride sempre. Lascia il suo cammello ai piedi delle tombe reali e ti accompagna a vedere il tramonto, insieme a Saher ed al suo mulo.

Ti indica la grotta in cui è nato e ti dice che suo nonno ha 125 anni e ha smesso di fumare cinque anni fa.

Saher sorride e racconta che Adnan parla troppo e non è mai triste.

Adnan è cugino di Atef, che ha una bancarella di gioielli fatti dalle donne della fondazione della Regina al “View Point” a qualche passo dal Monastero, là dove la vista spazia fino alla Palestina, come ama spiegare ai turisti. Se arrivi ti chiede di sederti e ti offre il te, poi, quando vuole movimentare un po’ la scena, sale in groppa al suo mulo e con la bandiera della Giordania arrotolata e stretta in mano, si arrampica sopra al Monastero, risale la grossa cupola e sventola la bandiera, saltando da un capo all’altro del monumento. Gli amici dicono che è un po’ matto.

Achmad racconta che ha conosciuto prima i turisti di sua madre e sa riconoscerli con uno sguardo.

Ogni tanto, quando si ferma alla Stazione dei Cammelli, scommette con gli altri su chi ce la farà ad arrivare fin lassù, dopo un migliaio di scalini ripidi e sotto il sole cocente.

Alì sembra un giovane principe delle favole, con il suo thop, gli occhi truccati ed il suo modo di fare affascinante.

Sono i ragazzi di Petra, considerati inaffidabili dai beduini del Wadi Rum e malvisti dagli abitanti di Wadi Musa.

Il Governo ha costruito un villaggio tutto per loro, ma a casa ci vanno solo ogni tanto, a fare una doccia ed a ricaricare un cellulare che squilla in modo incessante e trasmette informazioni dal Monastero, alla stazione dei cammelli, al Siq e poi su, fino alla strada che porta fuori dal sito.

Dicono di essere liberi, questi figli delle grotte di Petra, di voler correre finché potranno, perché la vita è breve e bisogna assaporarne ogni momento.

Accendono il fuoco con le pietre e riescono a cuocere il Mansaf con le poche sterpaglie secche, raccolte a Petra e nel deserto di Wadi Araba, il loro deserto, quello che corre al confine con Israele in cui si rifugiano lontano dalla folla di Petra.

Ti guardano con i loro occhi profondi e scuri e non sognano. Vivono.

Vogliono sapere cosa c’è al di là del loro deserto, ma senza desiderare di andarci.

Forse potrebbero resistere una settimana senza il loro cielo pieno di stelle, senza i loro animali che danno loro da vivere e che vivono con loro.

Ti parlano della tribù, amano incontrarsi e raccontarsi e non amano la noia delle televisioni, delle play stations e dei talk shows.  

Corrono avanti ed indietro dalla stazione dei cammelli al Monastero, anche tre o quattro volte al giorno, mentre tu arranchi e boccheggi in cerca di acqua che loro non bevono, perché sono proprio come i loro cammelli. Non portano occhiali da sole, i loro occhi sono abituati alla luce accecante del sole del deserto di roccia.

Il loro te è forte e profumato e lo preparano direttamente sul fuoco, insieme al loro cibo dalla cottura antica, perché nel deserto non c’è acqua e non la si può sprecare per lavare inutili stoviglie.

Così capita che ti insegnino a mangiare come .loro, prendendo il pane arabo, ponendovi sopra il cibo e spezzandone il bordo, da usare come pinza.

E scopri che la carne e le verdure cotte in questo modo, per un’ora e mezza sulla brace, avvolte nell’alluminio, hanno tutto un altro sapore.

I sapori si mescolano al tempo, al vento, alla sabbia ed al bagliore del fuoco  che lentamente va spegnendosi, proprio quando nel cielo si accendono milioni di stelle che riescono, da lassù ad illuminare la notte che prende vita.

Strano trovarne così tanta, in un posto che non ne produce così poca.

Mi riscopro un po’ nomade anche io, quando chiedo come fanno ad orientarsi e ti rispondono che la strada la fa il vento, loro ne seguono soltanto le tracce.

Poi si alza una falce di luna, ed incominci ad abituarti a questa vita un po’ rude, qui nel mezzo del nulla.

Ti togli le scarpe e ti siedi sul tappeto di una tenda adatta ad essere smontata in ogni momento, quando il battito del cuore ti dice che è ora di cambiare posto.

E la teiera si riempie di nuovo, per riequilibrare la pressione del sangue che pulsa.

C’è una calma strana, nella notte del deserto, dove i sensi diventano più acuti, e ti concentri per sentire un rumore, un suono e allora, proprio mentre pensi di non  sentire o vedere più nulla, capita che la luna illumini un piccolo branco di cammelli, che procede lentamente, o qualche volpe attirata dal profumo del cibo, o gli istrici che corrono veloci sulla sabbia fine.

Sabbia che penetra ovunque e che non puoi fermare e pensi già che sarà bello, al tuo ritorno a casa, trovarne qualche granello in posti impensati e a tanto tempo di distanza.

Ogni tanto qualcuno intona un canto, ritmato da un tamburo improvvisato o dal battito delle mani.

Una lingua strana e misteriosa, che arriva da un lontano passato quando nessun uomo osava solcare questa grande immensità.

E non è un caso, se qualche giorno dopo, seduta al tavolo di un ristorante, ti ritrovi a sentire il preistorico impulso di prendere il cibo con le mani, di cercare un piccolo bicchiere di vetro da cui sorseggiare un te.

O se ti ritrovi a sentire i rumori abituali amplificati e totalmente inopportuni.

La gestualità diventa un rito, una magia che scaturisce da qualcosa di profondo e a te sconosciuto.

Forse è proprio questo il senso del tuo vagare e qualsiasi parola, un sorriso diventano un dono prezioso.

C’è un senso di sospensione, qui, dove il tempo è scandito dal sole e dalle ombre, dal giorno e dalla notte e non dalle ore e penso che se a noi umani non è data la possibilità di vivere due vite, ci è data quella di viverne una due volte.

Come sempre, qui, dimentico il mio modo di vedere le cose e capisco che l’unico modo per vedere il deserto, come dicono loro, è guardarlo attraverso gli occhi di un beduino, uno zingaro felice.

In fondo è soltanto l’eterna questione del “sentire”, diversa per ognuno di noi.

Parli con lo sguardo e recepisci la loro vita attraverso il loro.

In bocca un sapore strano, secco e pronto per essere addolcito dal te della mattina.

Restituisco al deserto le sue storie, che verranno seppellite dalla sabbia, che ne cancella le tracce o forse le nasconde nelle sue profondità per restituircele, in un giorno di caldo-umido sotto forma di pioggia rossa.

Non c’è prezzo per pagare questo hotel da un milione di stelle.

L’alba arriva presto a riscaldare la sabbia e i colori cambiano nuovamente, giocando a rincorrersi con le ombre.

La vita, domani sarà un po’ più dolce, In sha’ Allah.