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日志


10月31日

Fez - 22-27.10.09 - L'impero colpisce ancora

Mangi troppo salato”

“Il sale fa bene. Lo diamo sempre ai dromedari. Mettiamo dei grandi blocchi di sale nel recinto così loro lo leccano. Fa bene all’intestino”.

“Sì, ma a quello dei dromedari”

“Anche al nostro”.

Visualizzo l’interno del corpo umano, come nell’Enciclopedia Motta, quando partendo dallo scheletro, si sovrappongo i lucidi del sistema venoso, arterioso, circolatorio, sanguigno, fino ad arrivare ai muscoli.

Mi immagino vene ed arterie dalla consistenza dei “Ferrotubo Innocenti”, fasciate internamente ed esternamente di colesterolo, ma tant’è, all’intestino il sale fa bene…

E tu schioda le convinzioni berbere sull’alimentazione se ci riesci…

Al mattino, cucchiaiata d’olio, perché probabilmente fa bene al sistema digerente.

Olive schiacciate, olive piccanti, mischiate a misto di verdurine in bagno di aceto (la giardiniera).

Pane a volontà e perché no, un uovo fritto.

I primi ingredienti citati sono materia prima della “colazione del berbero”. L’uovo fritto il giusto dessert.

Il te è quasi una benedizione se non fosse per la ribellione del pancreas per la quantità di zucchero.

Sole sulla “Ville Nouvelle” di Fes, mentre il viale francese, curato come il giardino della reggia di Versailles risplende nel caldo accecante e di luce riflessa dal pavimento lastricato, un enorme ricamo arabeggiante.

Domande in libertà, che fluttuano in un cielo blu.

“Però il fatto che un uomo può avere tre donne ed una donna un solo marito me lo devi spiegare”.

“A te piacerebbe lavare, cucinare e tenere pulito per tre uomini?

Neanche per idea, ma c’è modo e modo di dire le cose e mi tengo sul vago

“Beh, un po’ stancante”

“Appunto”.

Già e chi cavolo li vuole tre mariti… Cioè, ma chi cavolo ne vuole uno…

Blasfema, infedele europea che non sono altro.

Medito su queste perle di saggezza berbera mentre mi sparo il Sudoku gentilmente offerto dal quotidiano locale, ovviamente l’unica cosa che posso tentare di decifrare.

Incomincio dall’alto, ma non ci capisco niente, mancano un sacco di numeri.

Ismail se ne accorge e mi dice che se voglio fare quelli più facili, devo partire da destra.

Ah, già. Al contrario.

Ce ne sono sei….

“Ma da destra dal basso o da destra dall’alto?”

Cavolo c’avrà da guardare… mica è una domanda scema…

“Da destra dall’alto. Non è cinese”

Mah.. più o meno….

Gita a Moullay Idriss, dopo la solita tachicardia da “Nes-Nes”, metà caffè e metà latte.

Petit Taxi fino al posteggio dei Grand Taxi, direzione Meknes.

In carrozza che si parte, così presa dalla foga, non mi tolgo il “pile” e dopo cinque minuti schiatto dal caldo, stipata con altre cinque persone più autista nella vecchia Mercedes beige.

“Potevi togliertelo”.

Già, potevo… ma non sarei l’erede di Fantozzi.

A Meknes si prende la “coincidenza” verso Moullay Idriss.

Sono di nuovo nella città santa del Marocco dal minareto rotondo.

Ismail non c’è mai stato. Io sì!

Così faccio da guida e siccome qui dicono che è la “mecca dei poveri”, pare che calpestare questo sacro suolo cinque volte, equivalga al pellegrinaggio nella più famosa città.

Mi mancano tre gite e posso mettere una crocetta su uno dei “Pilastri dell’Islam”.

“Ma non è vero! Non vi è nessuna città che può sostituire la Santa Mecca”

E io che ne so? Me lo  hanno raccontato e me ne sto.

“Se avessi sentito quando lo dicevano, sarei intervenuto”

“E quindi se uno non può andare alla Mecca?”

“Beh, se non ci va è perché non può, o è povero o ha problemi di salute, quindi è comunque dispensato”

Però, democratico il Corano…

Ismail mi piazza in mano il fiore di Moullay Idriss e scatta una foto alla sottoscritta con lo sfondo del villaggio che sembra la gobba di un dromedario. Chiedo scusa per l’espressione, ma il fiore aveva un vago odore di …. Beh, lasciamo stare….

Ritorno a Fes con una temperatura più ragionevole e cena dalla famiglia di Nacer, fabbricante di ceramiche “fezzino”, che ci ospita al piano superiore della villetta.

Nel nostro soggiorno, vagamente a forma di labirinto, con muretti “separé”, conto 11 divani.

Sembra l’esposizione di “Poltrone & Sofà”.

La cena si preannuncia pantagruelica, salata e piccante. Evviva.

Scherzi a parte, tutto buonissimo, se non fosse per la colossale moglie di Nacer che mi incita al grido di “mange!”. E io “mange…”

Dalla zuppa al dolce in mezz’ora, compreso lo sparecchiare della tavola perché mi lascio prendere la mano dall’andazzo femminile ed aiuto.

Unico e solito problema il tavolo basso sul quale si mangia piegati, dividendo in due lo stomaco che così dimezza la capienza.

Bella questa famiglia, dove Sofia, la più piccola, ha stretto amicizia con me e mi racconta la giornata di scuola in Darija. Pensava fossi araba anche io, ma poi capisce che non lo sono, mica perché parlo in modo strano, ma perché ho i capelli con riflessi viola. Potenza dei bambini.

Salutiamo l’ennesimo zio di Ismail, Moha, che torna a Ouarzazate verso una nuova avventura, visto che è guida ufficiale e poi ci spariamo “Matrix” che io non ho mai capito in italiano, figuriamoci in inglese, a bassissimo volume e con sottotitoli arabi.

“Vuoi che alzi?”

Figuriamoci. Gli spari mi infastidiscono i timpani.

La mattina dopo mi rilasso seduta al tavolino in giardino e me la prendo con comodo. Almeno la colazione di solito non è vissuta alla velocità della luce.

Ma mi attende il tour nella Medina di Fes e non ho neanche il tempo di finire il te.

“Dai, andiamo”.

Trangugio il tutto e ringrazio che nel frattempo si sia raffreddato. Sputo una bastardissima foglia di menta che si è appiccicata al palato e scatto alla grande.

Nacer si è appena offerto di accompagnarci. La sua fabbrica è nella Medina, che lui conosce bene.

E siccome il DNA non è acqua, il giro dei caruggi si trasforma nel tour commerciale.

“Senti, se non vuoi comprare è meglio che dici subito di no”.

Bravo. Io ci provo, ma mi piazzano addosso un bellissimo vestito blu che per indossarlo ci vuole un manuale e come faccio ad uscire senza comprare niente?

La foto di rito mi coglie mentre la signora mi agghinda a dovere.

Resisto resisto e resisto e non lo compro, perché anche a volerlo indossare dovrei svegliarmi mezz’ora prima.

Nel suq degli artigiani che costruiscono portantine da matrimonio nascondo la macchina fotografica perché è un momentaccio e vorrei evitare l’istantanea sul trono. In confronto la carrozza di cenerentola è un slitta da traino, altro che una zucca…

Evito per poco un branco di asini portatori di pelli che non si fermerebbero neanche di fronte ad un incendio appiattendomi contro un muro mentre tutta la popolazione del centro storico non mi calpesta per un pelo.

Rincorriamo Nacer che si agita e grida le meraviglie di Fez correndo di qua e di là ed agguanto Sofia stritolandogli la mano prima che finisca ingoiata dalla calca, che ne ha per le palle di una che si ingombra la strada sorridendo come un’ebete.

Ma tant’è il vortice del suq si impossessa di me e finisco rapita da un tappeto

Ismail lo ispeziona con sguardo da intenditore.

“La mia bisnonna li tesseva, poi il mio bisnonno li caricava sulle carovane in partenza per la Mauritania. Questo mi sembra proprio bello”

Già. Lo accarezzo incantata e mi risveglio solo al prezzo

“600 Euro ma per te 500 e lo spediamo anche in Italia”

Ma va?

Calcolo la misura e per farlo stare in casa dovrei abbattere una parete. Lasciamo perdere, và.

“Li abbiamo anche più piccoli”.

“Non sarebbe la stessa cosa” Rispondo con sguardo disarmante.

Finisco in un’erboristeria, in un turbinio di profumi ed odori ed intavolo discorsi con il “farmacista” che parla perfettamente italiano.

Siccome è inutile chiedere come mai, spazio dallo zafferano, all’argan al Kajal, che con generosità oltremisura mi viene regalato con l’apposito contenitore di legno variopinto.

Nacer si stufa di accompagnare gente che non compra e decide di mollarci lì.

Ismail chiede informazioni su come uscire da questo calvario, mentre io mi prego una Fanta Lemon (che magari combatte qualche batterio intestinale vagabondo).

Così finiamo all’uscita superiore, nel mercato di quartiere, infinitamente più vero e tranquillo di tutto il resto.

In barba all’aviaria osservo polli in gabbiette dall’aspetto semi-agonizzante o stravaccati sull’asfalto in attesa della pentola.

Parliamo poco, ma io realizzo che a differenza di tanti uomini che usano tante parole per non dire niente, Ismail mi dimostra, se mai ne avessi bisogno, che lui con una parola riesce a dire tutto.

Osserviamo una famiglia presa dalla costruzione del mercato ambulante di borse e valige.

“Ismail, cosa faresti se fossi ricco?”

“Comprerei una casa, manderei i miei genitori alla Mecca e pagherei una scuola privata per i miei fratelli. Poi darei un po’ di soldi alla moschea ed ai poveri”.

“E per te cosa faresti?”

“Comprerei una tenda, una chitarra e girerei il Marocco, con uno zaino spalla, libri ed un diario per scrivere”.

Già. A volte mi dimentico che è giovane e che i suoi sogni di oggi sono stati i miei di ieri e lo saranno sempre.

“Ho messo la sabbia del mare di Genova vicino al pozzo, giù a Merzouga.”

“Sì, me lo avevi detto”

“Ma ho scavato un buco, in modo che il vento ci metta un po’ a disperderla. Questo non te lo avevo detto”.

No. Questo non me lo aveva detto.

“La sabbia del deserto è ancora a casa. Non l’ho portata al mare”.

“Perché no?”

Perché ogni tanto la guardo, ci passo un dito e disegno cerchi mentre penso”.

“E a cosa pensi?”

Osservo, ancora una volta la magica luce del tramonto che inonda le strade e smorza i contorni.

Mi volto verso Ismail e lo guardo negli occhi, perché sanno parlare prima della sua bocca, secondi solo al suo cuore.

“Penso che non basterebbe una vita a dirtelo”.

8月29日

Asilah - Bianco e Blu sull'Atlantico - Marocco - 01-08.08.09

 

C’è una grande differenza tra l’accettare ed il sopportare.

Prima di dire “ti amo” bisognerebbe riuscire a dire, ma con il cuore, “ti accetto”, come mi ha insegnato, tanto tempo fa, un vecchio prete di strada.

Accettare è capire l’altro e riconoscere che nelle infinite diversità che ci rendono unici, diversi ed al contempo uguali, ci fidiamo.

Inseguo questi pensieri seduta ad un tavolo di un ristorante della via principale che costeggia la Medina di Asilah.

Il tavolo è malfermo perché le radici di un albero di eucalipto hanno scavato il terreno sottostante e spaccato il marciapiedi.

Lo osservo perché è il più grande.

Le foglie lunghe e sottili curvano verso il basso nella calura estiva e disegnano una sorta di pallone intorno al tronco.

Si ha l’impressione che nulla potrebbe sradicare questo albero e che anche se così fosse, le radici seguirebbero il tronco oppure resterebbero nel terreno e getterebbero nuovi germogli.

Nella vita di ognuno di noi ci sono le nostre radici, legami indissolubili che nulla può spezzare.

Le radici sono la nostra nascita, il nostro passato, ed anche il nostro futuro per poter continuare. Sono la nostra anima, mentre le foglie possono essere strappate dal vento ed i rami tagliati.

Perché tutto è già scritto è questa la verità.

La verità che noi a volte cerchiamo, inseguiamo ma quando poi l’abbiamo davanti non accettiamo.

Mi alzo per camminare e continuare questi pensieri.

La sera è fresca, qui, a qualche chilometro da Tangeri, sulla costa ovest del Marocco che si affaccia sull’Atlantico.

Mi scopro a pensare che è questo il mio mare preferito.

Lungo, con la costa battuta dalle onde che la attaccano e contemporaneamente la difendono.

I murales della città, patrimonio del festival annuale, continuo “work in progress” mi schiacciano l’occhio e mi invitano alle foto, affinché io non li dimentichi.

Ma non dimentico e sento quest’estate entrarmi dentro. La respiro e la vivo come se fosse l’ultima.

Perché forse, se vivessimo tutto come se fosse l’ultima volta, vivremmo di più.

Vivere un bacio, un abbraccio come fosse l’ultimo aiuta a sentirsi più vivi, a capire e ad accettare di più.

E allora ti accetto.

Accetto ciò che tu sei e vuoi essere, la tua straordinaria forza di rinuncia e di accettazione che non combatti ma lasci fluire in te, retaggio di una cultura antica, incomprensibile ai più ma che ti rende unico, in questo mondo a volte troppo uguale.

I sentimenti, come hai detto tu, non finiscono perché qualcuno ce lo impone, ma quando terminano i sentimenti stessi, ma a volte non finiscono, si trasformano e ci fanno crescere, e se a volte non riconosciamo questa crescita ma la scambiamo per dolore, solo passandoci in mezzo diventiamo migliori.

E tu attraverso questa nostra crescita ci hai reso migliori. Tutti e due.

Allento la sciarpa al collo e la lascio libera di volare, di andare dove vuole, di fluttuare viva nel vento della sera.

Hai riempito una parte di me. Nessuno potrà mai svuotarla e non è tristezza, piuttosto una dolce malinconia, che aspetterò si trasformi in una complicità nuova, diversa, ma non meno intensa.

So che questa sciarpa sarà sempre un po’ mia, anche se andrà lontano.

Si poserà dove vorrà e se sarà vicino a te, so che tu la prenderai e la stringerai nel pugno, tenendola con te, non come una ferita nel cuore, ma qualcosa che riempie il tuo, proprio come hai riempito il mio.

Ci ritroveremo da qualche parte, forse un po’ nuovi, un po’ diversi e più ricchi di noi stessi, perché tu resti, e sei parte della vita che scorre.  

Grazie per avermi dato ciò che a lungo ho inseguito senza neanche sapere di farlo, per aver preso la mia mano ed aver detto “questo sono io”, senza illusioni e senza false promesse che poi si spezzano lasciando rimpianti.

Io non ne ho perché con te ho liberato me stessa, oltre tutto questo oltre i confini di una cultura dentro un’altra cultura.

Siamo liberi, nel rispetto di noi stessi, delle nostre culture, delle nostre diversità, delle nostre età. 

Tu sarai dove io sarò, in un posto dove nessuno potrà mai separarci.

5月10日

Merzouga - Marocco 25-29.04.09 ... di nuovo nella favola

L'autobus della Supratour da Meknes è in ritardo. Momenti di vita marocchina. Ormai lo so e inganno il tempo giocando a snake insieme ad Ismail che mi fa sbagliare.
Alle 22.30, nel silenzio quasi irreale della piccola stazione a lato di quella ferroviaria, partiamo per Merzouga.
Insieme a noi nessun turista. Qualche famiglia, qualcuno in viaggio verso sud.
Le strade di Mekens sono piuttosto deserte ed in pochi minti ci troviamo fuori dalla città.
L'autobus si ferma varie volte lungo la strada, per accogliere altri viaggiatori e per scali tecnici.
Le tappe più lunghe sono ad Azrou e a Zaida, Midelt, per scendere giù, a incontrare la splendida Valle dello Ziz, verso Er Rachidia.
Ascoltiamo musica, di tanto in tanto dormiamo e scendiamo a fumare una sigaretta.
Le montagne del Medio Atlante si fanno via via più basse e nello spazio di pochi chilometri il paesaggio cambia. Lo si percepisce anche di notte, quando tutto è avvolto nel silenzio ed anche a quell'ora si sorseggia il te.
L'alba lungo la strada da Erfoud a Rissani è un'aspettativa quieta, come quando ci si è lasciati alle spalle il capitolo di un libro e se ne incomincia un altro. Un libro che si era lasciato lì per qualche tempo, in un angolo di una stanza ed ogni tanto lo si guardava, per essere sicuri di voler andare avanti e leggere la continuazione.
Rissani è avvolta dalla luce del primo mattino e dal sole del vicino deserto.
Scendiamo poco prima di Merzouga e da lontano la jeep di Moha solleva la polvere del deserto.
Baci e abbracci, alle 06.30 del mattino, quando il sole inonda l'albergo "Dunes D'Or" e tutti sono già svegli per preparare le colazioni e Said è già al lavoro per spazzare la sabbia perché il giorno prima c'è stata una tempesta che ha seppellito parzialmente i tavolini e le sedie posizionati sulle piccole dune di fronte all'albergo.
C'è ancora un po' di vento, ma Ismail dice che sarà una giornata bellissima ed io ne sono convinta.
Nel pomeriggio ci si rilassa, si riempie la piscina, ed io mi riprendo il mio andamento lento da deserto e come al solito fermo il tempo e lo fotografo, caso mai dimenticassi qualcosa.
Ed arriva il tramonto, raggiunto a piedi dall'albergo, scalando una duna un po' più alta delle altre.
Quando tutto si colora d'oro e di rame, di senape e d'ocra e la sabbia scivola dalla mia mano alla sua in un gioco antico in cui alla fine si apre il pugno che appare vuoto, ma se si cerca bene, un granello rimarrà per sempre, incastonato nelle linee della vita, già tracciate e non ancora lette.
Ed è tempo di tornare perché la sera cala rapidamente, ma non per questo è meno magica.
I turbanti vengono riavvolti sul capo, le tuniche indossate ed i tamburi controllati. Lo spettacolo ha inizio e che sia per i turisti o meno poco importa.
Basta sedersi lì e lasciarsi trasportare, perché la musica ed i moveimento rimangono quelli, da generazioni. Tramandate di padre in figlio, di percussione in percussione e di bocca in bocca, quando gli alfabeti dovevano essere ancora inventati.
Poi, il giorno dopo, c'è il viaggio al campo in solitaria, sul dromedario bianco importato dal Mali che io, non so perché, ho chiamato Giovanni.
E faccio la bocca anche a questo andamento ondeggiante, che segue il ritmo delle dune, i loro contorni ed i timori dell'inizio lasciano spazio ad una visione dall'alto, mentre Ismail procede scalzo, con le mani dietro la schiena guidando Giovanni e se gli chiedo come fa a sapere qual'è la strada per il campo, si volta, mi guarda, sorride e mi dice che ce l'ha nel cuore.... già.
Durante i 6 chilometri, Ismail pesca un "sand-fish" che ripone nella tasca della tunica insieme ad una manciata di sabbia. La schiena del piccolo rettile ha il colore delle dune e forse c'è abituato a questi spostamenti perché non sembra per niente impaurito.
Creature magiche, tutte e due.
Arriviamo all'accampamento ed Ismail lega la zampa anteriore di Giovanni, che trovandosi solo comincia a chiamare i compagni che arriveranno di lì a poco.
Ismail racconta che a volte anche così legati, i dromedari si alzano lo stesso e riprendono la strada per l'albergo e capita che le guide debbano andarli a cercare il mattino dopo. Cose da deserto....
E cala la notte mentre il cielo si illumina e anche se non si conoscono le stelle, è bello inventare i nomi e cercarle anche se non si sa bene dove e come, ma prima o poi, una si trova sempre.
Per vederle meglio ci si deve sdraiare, con le mani sotto la testa, come si faceva d'estate, in campagna, la sabbia al posto dell'erba, perché cambiano i luoghi, le situazioni, ma il cielo è sempre quello.
Cancelli tutto il resto, sintonizzi cuori e respiri che diventano uno e quando accade, vuol dire che è tutto giusto e che la perfezione può esistere anche per un istante perché quell'istante è esattamente come l'hai sognato, anzi, ancora più bello.
E' il nodo in gola che ti impedisce di parlare, è quella strana sensazione umida che sale nel naso, su, fino agli occhi e che ti riempie un cuore che batte forte e vorresti essere in grado di dare almeno la metà di ciò che ricevi, cercando di non smettere mai questo sentire e questo vivere.
Non servono le parole per riempire il tempo, perché è il tempo stesso che riempie la bocca, perché sono le mani ed i mille segreti del cuore che dicono grazie.
Perché è tutto questo che ricorderò.
Ricorderò che noi eravamo là, dove le ombre della sera si fanno respiro.

Eravamo là perché tu mi avevi aspettato dove l’asfalto cede il passo alla sabbia

Eravamo là, per seguire il contorno delle onde di sabbia.

Dove basta uno sguardo a riempire una vita.

Noi eravamo là e là resteremo,

Perché non potremo essere da nessun altra parte.

 
2月7日

Marrakech - Una settimana che vale una vita

… Quando la vita ci fa un regalo così, non si più rifiutare, perché si rifiuta la vita stessa.

C’è il sole sulla Djamaa El-Fnaa e dal “Grand Balcon du Café Glacier” guardo la piazza che si anima.

E’ pomeriggio e cominciano a prendere forma i ristoranti, la musica Gnaoua si fa più intensa, gli incantatori di serpenti suonano i loro flauti, le donne sotto gli ombrelloni attendono clienti per i tatuaggi.

Di nuovo qui, dove non pensavo di tornare, poiché non sono mai tornata due volte nello stesso posto.

Sorseggio un “Nes-Nes”, un caffè con il latte, affascinata dal movimento di questo Paese in fermento.

L’aria quasi primaverile di Marrakech, contrasta con i monti innevati dell’Atlante sullo sfondo e mi dico che la vita è bella.

Prendiamo con calma questo pomeriggio scandito dal richiamo della Moschea Koutoubia che contrasta con l’armoniosa cacofonia della piazza.

Così è la vita, in questo presente strano, percorso su una strada comune, a piccoli passi, piccoli momenti in cui respiro una magia segreta, incerta ed intensa come un temporale nel deserto che dietro di sé lascia l’aria fresca e pulita.

La respiro a fondo e chiudo gli occhi contro il sole ed un cielo blu cobalto.

Impossibile immaginare questa piazza vuota, che racchiude tutto il Marocco, con i suoi ritmi antichi e le sue trovate per turisti.

Si rimane imbrigliati da questi odori che lasciano in bocca un sapore quasi segreto, ancor più intenso se vissuto così, senza pensarci troppo, prendendo al volo un invito, una richiesta di tornare alla quale non avrei mai pensato.

Potrebbe accadere qualunque cosa, da un momento all’altro in questa sospensione tra terra e cielo e raccolgo tra le mani questo soffio di vita, finché c’è tempo, finché c’è un sentimento che proviene dal profondo e che mi fa sentire meravigliosamente bene.

Un sentimento fatto di rispetto, di verità, di sguardi che vanno oltre.

Immagino una strada che prima o poi porterà ad un inevitabile bivio, ma alla quale non rinuncio perché qualche istante vissuto intensamente a volte vale più di una vita intera.

C’è un viaggio consapevole in tutto questo, fatto di scelte coerenti e di verità limpide come cristallo puro, attimi che resteranno nel tempo e non svaniranno, ma trasformeranno questa passione in un dolce sorriso che brillerà come un gioiello prezioso e non negoziabile.

Questo non è un brandello, uno scampolo di vita, un ritaglio nella monotonia, ma è la Vita stessa.

E allora, di tanto in tanto, con la coda dell’occhio e quando non se ne accorge, guardo Ismail seduto accanto a me e mi dico che nonostante questo attimo di perfezione, possono essere ancora molte le emozioni che mi aspettano, Inshallah…

10月26日

La spalla dell'Africa - Marocco 03.10.-18.10.08

La stazione di Casa Voyageurs di Casablanca, nei giorni di post-ramadan, quando tutto il Marocco si muove, brulica di vite.

Un brusio ordinato e discreto carico di bagagli e di attesa.

Da lì si va ovunque la strada ferrata lo consenta, verso nord, verso est, e verso sud. Le tre direttive principali. Le tre identità del Marocco che vanno dal Mediterraneo, al deserto passando per le montagne.

E quando finisce la ferrovia, la catena infinita delle corriere marocchine ed i “grand taxi” macinano chilometri sulle strade dritte, che sembrano tracciate con la matita e la riga o arrancano sui passi montani, risalendo le valli del Todra, del Dades, dello Ziz, del Draa, ed il tortuoso Tizi-n-Tichka, fino a lasciare spazio alle jeep che scavano le piste tra le dune di sabbia.

Il Marocco è il paese dove le piazze si animano all’imbrunire, tra i mille venditori di filtri e pozioni, i baracchini che vendono succhi di frutta, le cartomanti, le donne che ricamano fiori di henné, i bambini che giocano ad arpionare il collo di una bottiglia di bibita con una canna da pesca, dotata di un anello sospeso ad una lenza.

Sospeso nell’aria, c’è il suono dei tamburi, che ritmano le danze, mentre i barbecue si accendano e diffondono il profumo di carne alla brace.

E’ il paese della città santa di Moullay Idriss, arroccata sul monte, bianca, con i tetti verdi della Grande Moschea dal minareto circolare e della Madrassa.

Con i pomi delle porte a forma di Mano di Fatima e con i due batacchi che producono un suono diverso, perché chi risponde dall’interno possa capire se a bussare è un uomo od una donna e comportarsi di conseguenza.

E’ l’avamposto di Allah in terra d’Africa, dove se dalle città imperiali si incomincia un viaggio verso sud, il primo impatto lo si avrà con le stazioni delle corriere, e con i procacciatori di viaggi che urleranno all’infinito le varie destinazioni e con la certezza che i bagagli viaggeranno insieme ad un montone mentre sulle vetture saliranno i venditori di bibite, noccioline e caramelle, corani in un tripudio di abbigliamenti, sfumature di colore, fattezze fisiche lingue ed accenti diversi tra loro.

E le lingue del Marocco sono tante: l’arabo, le lingue berbere, il francese del colonialismo, lo spagnolo che si espande dalle enclavi, l’inglese di internet. I marocchini le vogliono imparare e chiedono, parlano, interrogano durante le soste nei villaggi, il vero cuore del Marocco, dove capita che dopo un trekking nel Cirque du Jaffar, ci si fermi a pranzo presso una famiglia berbera, e poi di essere accompagnati da un bimbo a visitare la scuola, dove il maestro che si ferma a preparare la lezione per il giorno dopo, ti fa accomodare su una piccola sedia e ti racconta quel che succede nelle classi composte da bambini dai 6 ad i 13 anni, la fatica, e l’enorme soddisfazione che questi bimbi, che dopo le lezioni vanno ad aiutare i genitori nei campi, gli danno. Un’ora e mezza che vale più di qualsiasi museo del mondo.

Ancora una volta vita contadina. Le origini. Il filo sottile che tiene legato il mondo. La stessa terra calpestata, coltivata, annaffiata, sia che si trovi a chilometri di distanza o a due passi da casa, in questa gabbia di follia che si chiama mondo e che sa essere allo stesso tempo meraviglioso e tragico.

Poi la sera si va a Midelt, dove non c’è nulla da vedere se non il  souk, l’animazione nelle strade e ci si ferma dal venditore di olive, perché al Timnay Complex, dove alloggiamo, sono rimasti senza e si ritorna stipati in otto in un furgoncino che funge da taxi.

Mi addormento con il Jebel Aiachy spruzzato di neve, lassù a quota 3.700 e con la sensazione di aver riempito qualche buca con le mie orme, con i miei passi, perché quando sei stipato in un furgoncino ed in quel momento non desideri essere da nessun altra parte vuol dire che la giornata è stata buona.

Poi arriva il deserto. Così, quasi all’improvviso, dopo la Valle dello Ziz e poi da Er-Rachidia in gran taxi fino ad Erfoud.

Ed il deserto è intenso come un temporale estivo, dopo il quale la terra e l’aria profumano di buono e di pulito, come il vento che cambia la forma delle dune e la pioggia le rende compatte.

Piove, nel deserto di Merzouga.

Una notte passata in compagnia dei ragazzi dell’albergo, perché non si può dormire in tenda, a scaldare i tamburi intorno al fuoco, a tradurre indovinelli ed a tentare di vedere la luna spuntare dalla duna grande, ennesimo regalo che la vita mi ha fatto. E rimani lì, perché a ridosso della duna non soffia il vento e chiedi come si fa a trovare la direzione, ma la risposta è che la direzione è dentro la testa. Già….

Il deserto, visto dalla finestra, sembra la spiaggia di Rimini in una giornata invernale ma andare via è comunque difficile, perché significa lasciare un soffio di vita, che mi spinge ad ascoltare il silenzio intorno a me, perché quando si è nomadi dentro è difficile non esserlo anche fuori, in questo stato d’animo forse giusto per gli “sbagliati” e sbagliato per i “giusti”. E’ ricercare l’equilibrio tra i picchi di un grafico fatto di fughe e ricerche a seconda di chi lo guarda, di chi lo disegna.

E’ il viaggio è strano in questo giorno di attesa per la prossima meta, scandito da passaggi in autostop e dal Grand Taxi fino alle Gole del Todra.

Le piogge intense hanno provocato molti danni, ma le vecchie Mercedes riescono a guadare i fiumi ingrossati che hanno invaso le strade.

C’è freddo in questo Marocco delle montagne ed il giorno dopo il viaggio in “camionette” fino al villaggio berbero di Tamtattouche si rivela più difficile del previsto ma ne vale la pena, perché quando dopo 18 km. si arriva su, dove la gola si apre, ci si trova, ancora una volta, in un mondo diverso, immersi in un turismo fatto di piccoli alberghi, campeggi e rifugi.

Passeggiamo nel villaggio, tra le coltivazioni e le case fatte di fango pressato, legno e paglia, dove le mani dell’uomo hanno ricamato finestre e fregi.  

Al ritorno si viaggia su un camper di francesi, unico modo per raggiungere di nuovo le strade animate di Tinhir, ed il suo Mellah, il quartiere ebraico dove acquisto una teiera da un robivecchi perché appena l’ho vista ho capito che era mia.

Da lì si va ad Ouarzazate, dove c’è il tempo di affittare una macchina ed andare a Zagora, passando per la splendida Valle del Dra, ultimo luogo di pace, prima del caos indiavolato della Djema El Fna di Marrakech.

E arriva il Marocco con i piedi in Africa e le braccia in Europa, un caravanserraglio  in cui tutto si mescola senza una logica e senza un senso.

Marrakech è il cuore pulsante di un paese, rappresentato dalla sua Medina di tessitori, falegnami, produttori di pellami,  urla di negozianti che ti invitano ad entrare, vecchi che spingono i carretti, motorini che ti schivano a malapena.

Un fazzoletto multicolore, un fagotto informe che contiene tutte le identità, il passato, il presente ed il futuro di un Paese che più di ogni altro sembra essere un punto interrogativo.

I profumi delle spezie che si mischiano a quelle dei dolci, della menta, delle carni esposte nelle macellerie.

Ancora carni alla griglia, ristoranti all’aperto, camerieri che ti invitano a sederti, e lontano i suoni dei tamburi, le voci dell’invito alla preghiera e la sensazione che, se un Dio c’è, sia veramente unico e diverso a seconda del lato del mondo da cui lo si immagina.

E per interrompere Marrakech, c’è una gita ad Essaouira, dove tutto, villette comprese, sa di Europa.

Poi, improvvisamente, sul treno che mi porta da Marrakech a Casablanca, le montagne ed il sud del Marocco si allontanano,  con la sensazione che ci sia ancora tanto da scoprire e da capire, come il convivere di così tanti modi di vivere, di culture e di persone.

Con l’impressione che l’Europa, in un certo senso, voglia tirare a sé le braccia del Marocco, fatto anche di Riad lussuosi, a prezzi bassi per gli standard del vecchio continente, all’insegna del tutto organizzato.

Ma il mio Marocco è diverso e non perché non voglio che cresca, ma perché vorrei lo facesse rimanendo intatto nella sua cultura e nel suo caleidoscopio di identità, ma so da me che questo non sarà possibile.

Spero che rimangano le ruvide Jallaba, i turbanti, i tamburi berberi, le Tajine mangiate da un unico contenitore dove tante mani diverse attingono, che rimanga il te versato dall’alto nei bicchieri, che rimangano tutti i colori che cambiano al variare della luce, le pipe che diffondono l’aroma di arancia, mela, vaniglia, il cibo preparato con lentezza estrema, attesa, retaggio di usi antichi.

E ripenso ai volti dei bimbi, alla mamma che lava i panni sulla riva del fiume, al ragazzino che in motorino ha percorso i chilometri che ci separavano dal distributore e ci ha portato la benzina, al signore anziano che ci ha portato dal deserto alla strada asfaltata e ad un ragazzo, che non ha un compleanno, perché sua madre ricorda solo che è nato in un mese in cui il raccolto era stato buono.

E allora buon compleanno, Ismail, a te che compleanni non hai, perché sia sempre una festa, tutti i giorni, per tutto il resto della tua semplice e meravigliosa vita.

 

7月2日

Islanda 2000 - Viaggio dentro il vulcano

Lasciando le Far Oer (e lo scrivo più o meno come si pronuncia) o si torna indietro, ma bisogna attendere una nave di ritorno e la nave è sempre quella, la Norrona (la "o" è barrata) che ogni tanto sparisce in cantiere per "tapulli vari" o si va avanti e "avanti" c'è l'Islanda.
Chi pensa di andarci per vedere i gaysers e/o i vulcani sbaglia: l'Islanda, di fatto "è" un enorme vulcano. E ci si finisce dentro, senza nemmeno rendersene conto.  
La nave arriva nella parte orientale, a Seydisfjordur dopo circa 24 ore di navigazione dalle Isole Faroe, tempo che si può impiegare tentando di imparare i nomi dei luoghi, che sembrano formule magiche, tanto anche se li pronunciate non succederà nulla, perché nessun islandese capirà quello che dite. Un po' come quando gli inglesi provano a pronunciare "Zoagli": viene fuori una cosa del tipo "Zogali" o giù di lì. Voi capireste? No. Bene. Neanche gli islandesi.
Se riuscite a farvi capire, optate per la carriera di interpreti.
Altra stranezza: gli islandesi, nel loro vocabolario non usano parole straniere. Chissà come chiamano il computer...
Fratelli e sorelle non hanno lo stesso cognome. E così a fronte di un Rossison, avremo una Rossidottir, perché utilizzano la radice del cognome del padre e ci attaccano il termine "figlio" o "figlia" di.
Ulteriore stranezza: gli islandesi non cucinano lo squalo, lo macerano nella sabbia. Al limite, se non sapete cosa fare e vi mprovvisate attori provetti, svenendo per evitare la prelibatezza, vi metteranno sotto il naso lo squalo stesso: l'odore d'ammoniaca che sprigiona, farebbe rinvenire anche un individuo in coma etilico, status che, nel frattempo, potrete raggiungere splendidamente con la morte nera, una sorta di acquavite che il governo ad un certo punto avrebbe anche voluto proibire, ma non c'è riuscito. La popolazione di tutta l'isola è insorta ed ha marciato su Reykjavik (altrimenti come fanno a digerire lo squalo putrefatto da 3-6 mesi di sabbia?)
Allora meglio optare per il campeggio, visto il cibo e visti i prezzi in generale.
Quando si arriva con l'auto, meglio dichiarare canne da pesca e attrezzatura in generale, perché tutto deve essere disinfettato.
L'isola tra Europa ed America, infatti, non ha tutti i batteri che abbiamo noi e se ne guarda bene dall'importarli.
Per questo motivo dimenticatevi di affettare il salame di Sant'Olcese e farvi un panino sulla nave, immersi nel vento e con sguardo duro stile "Fisherman Friends". Se lo aprite, meglio buttarlo in pasto ai pesci prima di mettere piede sulla terraferma. Dai, sarebbe una figuraccia farsi sequestrare il salame e vederlo buttare vita come se fosse un alimento contaminato...
Un'altra cosa interessante quando si arriva in Islanda, è l'impatto con i mezzi meccanici che si incontrano lungo la strada: i tedeschi sono di gran lunga i meccanici migliori. Impiegano mesi ad assemblare motori inscatolandoli in lamiere che assumono forme e contorni da autoblindi da video-games. Servono per resistere alle piste, che al mattino presto sono quasi carozzabili e verso sera, in estate, quando il sole scioglie la neve dei ghiacciai, diventano fiumi a volte consistenti. Al ritorno si butta via ciò che resta.
Invece gli islandesi ad assemblare le automobiline non ci pensano neanche: hanno già i pick-up alti, fatti su misura per loro che escono così dalle fabbriche. Dura vedere una Fiat e anche se così fosse, sarebbe irriconoscibile (magari è un bene...).
D'estate fuori l'auto e dentro la motoslitta e d'inverno l'esatto contrario. Il gioco è fatto.
E così durante la bella stagione la golden ring islandese vede transitare i mezzi più strani, con buona pace degli islandesi, che si mettono in moto il fine settimana per ripopolare i parchi ed i campeggi, armati di barbecue già pronti, vassoi di alluminio completi di carbonella e carne aromatizzata a cifre stellari.
Usciti dal porto di Seydisfjordur si può scegliere se intraprendere il tour dell'isola in senso orario o anti-orario.
Io aveo scelto di farlo in senso orario, unicamente perché era il senso della guida, altrimenti avrei dovuto incominciare a leggerla a ritroso.
Ma è nei campeggi islandesi che uno forgia la propria resistenza al freddo, anche quando fa caldo...
Il posto è vagamente umido, sarà tutto il vapore, i ghiacciai, i vulcani che fanno condensa, ma non importa, perché tutti questi elementi, come avessero stretto una sorta di patto tra loro, ed fossero riusciti a far convivere il fuoco ed il ghiaccio, concorrono a creare i colori meravigliosi di questo posto che nello spazio di pochi chilometri, ci riporta all'era glaciale, per calarci poi in un romanzo di Verne, passando per la spaccatura della dorsale atlantica: da una parte la placca continentale nord-europea e dall'altra quella americana. Ed  è proprio qui che lo spirito islandese si divide tra i fan degli Stati Uniti e quelli dell'Europa, anche se qui quel che succede nel vecchio continente, violenza compresa, sembra arrivare con la forza di un'eco smorzata.
All'epoca del viaggio, le mamme lasciavano tranquillamente le carrozzine (a tenuta stagna) incustodite fuori dai bar, mentre loro si intrattenevano piacevolmente a conversare. Chissà... magari i bambini crescono più svegli, visto che a 10 anni posseggono già carte di credito che transitano nelle macchinette dei MacDonald alla velocità della luce.
Gli islandesi sembrano essere uno dei popoli più tecnologicamente avanzati d'Europa. Ti credo. Senza luce diurna per un tot di mesi, senza grandi città e con spazi tra i luoghi abitati quasi completamente insuperabili durante l'inverno, se non hanno uno straccio di computer s'impiccano. Non è che possono sbronzarsi con la morte nera per tutto l'inverno per passare il tempo...
Ma appena possono gli islandesi si riversano fuori delle loro abitazioni: e come non farlo, quando si può scegliere di scarpinare sul Vatnajokull, per volume il più grande ghiacciaio d'Europa, o di fare una gita alla Caldera dell'Askia, o vagabondare nel Laki, immersi in un paesaggio lunare, o scegliere di incamminarsi verso una delle tante cascate (e qui Svartifoss la fa da padrona), o sulle scogliere per ammirare dall'alto le spiagge nere, o il sandun, la lava che va verso valle e diventa una pianura scura, solcata da piccoli fiumi, quasi fosse un delta.... o semplicemente passeggiare, in mezzo al cotone artico, mosso dal vento.
E' una terra strana, quest'isola sospsa tra due diverse civiltà, con una lingua rimasta immutata da più di mille anni, ed usata dagli Skalden, i poeti, per tramandare le saghe e le leggende nordiche. Si dice che gli islandesi di oggi, possano tranquillamente leggere e capire un testo antico, perché  nulla è mutato.
E' un luogo che pur tecnologicamente avanzato, si guarda bene dal disturbare o importunare i suoi elfi che vivono nascosti in mezzo alla natura.
Non serve verificarne la presenza; ci si crede e basta, poiché è un fatto naturale ed incastonato nel loro DNA.
Bello questo lato romantico del popolo del fuoco e del ghiaccio.
Bello che qui, in questo luogo isolato dal resto dei continenti vicini, ci sia qualcuno che non sposta le pietre in giardino perché potrebbe distruggere la casa di un elfo.
D'altronde, in un paese dove il fenomeno della Fata Morgana è più che attivo e rende visibili cose che non esistono, perché non si dovrebbe credere a creature nascoste?
Contribuisce a farci rimanere un po' bambini, o a crescere meglio e qui, nella frenetica Europa o al di là del mare, nei nevrotici States, ce n'è tanto bisogno.
 
 
6月25日

Far Oer 2000 - Un mondo a parte

A volte si viaggia anche per fuggire, per ricominciare.
E per farlo c'è bisogno di un mondo a parte. Di un mondo nel mondo.
E' un po' come quando apri un libro di favole, per trovare qualcosa che nel mondo reale sembra non esserci più.
Mi sono distratta un attimo, ed il mio mondo a parte l'ho immaginato proprio così.
E allora ho chiuso il libro, ho guardato una mappa e mi sono messa in viaggio, salendo su una nave in Danimarca, l'unica che tracciava la rotta verso qualcosa di sperduto e che mi sembrava irragiungibile, finché la sagoma di un faro ha spezzato l'orizzonte e mi ha ricordato che c'è terra anche qui.
Mi sono detta che domani avrebbe potuto essere un bel giorno.
Ho provato a ricominciare da qui, a cercare quel che dentro non avevo più.
E contrabbandavo sogni, su quel traghetto, perché la semplicità non mi bastava più e pensavo di ritrovarla qui, dove la vita è semplicità pura.
Se ci penso sento ancora l'odore del cielo, il colore dell'aria limpida che sferzava le mie ferite, mentre camminavo nel tramonto che incendiava le nuvole.
Ed io le nuvole le avrei ritagliate perché non si trasformassero in pioggia.
Ma la pioggia era dentro. Si era scatenata con uno scroscio improvviso, ma non era un temporare estivo, piuttosto una cortina di acqua, pensieri, tristezza, disperazione.
Pensavo a tutto ciò, mentre mi perdevo nel verde che mi bruciava gli occhi, nelle scogliere che bucavano il mare.
Le isole, quelle isole, erano un inno alla vita e cercavo di cantarlo sottovoce, per ritrovarlo dentro me.
Una fuga impossibile perché quell'alternanza di salite e discese mi strappava il cuore, mi spezzava le gambe.
Ero a metà strada e sapevo che per continuare, in un disperato parodosso, avrei dovuto tornare indietro, io che nel mio libro delle favole indietro non ero tornata mai.
Giravo le pagine disegnate con i colori delle Far Oer ed il cielo terso era quasi un dispetto in quel posto dove la pioggia rende quasi sempre tutto opaco e uniforme.
Una mano tesa del destino che non ho saputo cogliere, perché in quelle stradine di campagna che si perdevano all'orizzonte, io sceglievo sempre la più lunga.
No. Non è stato un incubo. Solo un confronto con me stessa.
Quella volta ho perso, perché non ho trovato la pace e la tranquillità.
Ed ho lasciato che mi sequestrassero i miei sogni malandati e contrabbandati, sballottati dal mare in tempesta e bagnati dalla pioggia che arriva sempre puntuale, se si lascia aperto il cuore.
Ma a volte non si può opporre resistenza.
Ammainare le vele può rappresentare la salvezza, ma c'è sempre una voce che chiama lontano, un canto verso cui dirigersi, una meta sognata ed a volte maledetta e scegliere di viaggiarci, non significa viaggiare verso, ma viaggiarci dentro, anche se si sa che non si arriverà.
L'ho lasciato andare, questo mio cuore, l'ho gettato oltre le scogliere, pur  sapendo che un cuore rotto non avrebbe potuto volare.
E finalmente il pianto è arrivato, mentre seguivo con lo sguardo un contadino che aggiustava uno steccato, un pescatore che riparava le reti.
La nave intanto era nel porto, al sicuro, ma non è questo ciò per cui una nave è stata costruita.
 
6月14日

Giordania - Quanta strada nei miei sandali....

Allahhhhhhh
Capriola nel letto. Il rumore di un caccia che pare sorvolare l'albergo.
"Eh, no cacchio... la guerra anche in Giordania ... NO!!!
Cavolo succede?
Allah Akbarrrrrrr
Tiro un sospiro .... La preghiera del venerdì ... e guardo l'ora ... le 4.45
Eppure non c'erano moschee vicino a "casa"...
Che importanza ha? Ci saranno 20 altoparlanti piazzati sul minareto.....  ma dov'è 'sto minareto?
Ovunque.....! Siamo in un Paese musulmano.
La torre al posto del campanile, la voce al posto delle campane.
Mi riaddormento, pensando che ci farò l'abitudine, ma ci vorrà un po', visto che mi risveglio con la stessa voce due ore dopo.
Ho già capito che non c'è verso di dormire, allora doccia, colazione e partenza per Jerash, Lonely Planet, copricapo, occhiali da sole, crema solare alla mano e vestite come Allah comanda...
Ricerca dei taxi fino alla stazione dei bus, perché se la Lonely Planet dice che ci sono i bus.... CI SONO I BUS.
"I am a taxi driver, where do you want to go?" Perché qui i taxi non li chiami, ti trovano loro e sfido chiunque a mimetizzarsi con la fauna femminile del luogo....
"Io vi porto alla stazione, ma tanto bus non ce ne sono..."
"Sì, sì, ok, intanto andiamo..."
Deserto. Pensiline che tagliano i raggi del sole e gente in attesa che arrivi un qualunque mezzo di locomozione.
"Io ve l'avevo detto..."
Eh, già  ... LUI ce l'aveva detto... Mica abita a Genova, il taxista... è di Amman, quindi lo sa...
"30 dinari" ... "per cosa?"
"Per andare a Jerash". Vi porto, vi aspetto ... diciamo tre ore... mangiate e ritorniamo indietro
"30???"
"25"
"20"
Bello! Ponente batte levante 1-0 (tanto so che non è vero perche - e giustamente - ci guadagna comunque)
Viaggio tra "case sparse", tra polvere e roccia chiara, su strada impeccabilmente asfaltata.
Musica araba dallo stereo a palla e io che ritmo la musica con un'immaginaria Darbuka
Jerash immersa nella calura primaverile. Non si muove foglia
"Sì ma tanto è caldo secco.." Eh... vabbé.. sarà anche secco ma qui secco io...
Incomincia la strada sui miei sandali perché l'antica Gerasa merita ben una sudata!
Strano... sembra di essere nei fori imperiali ma intorno c'è tutto un altro panorama.
Girovaghiamo tra colonnati, nomi di Dei, imperatori ed anfiteatri romani...
"Cavolo, però... eravamo in gamba un tempo....."
Prospettive, costruzioni, architettura... già proprio dei bei personaggi, mica come ora che per riuscire a dare un senso alle costruzioni le chiamiamo con nomi che sembrano usciti dalla testa di un dislessico...
Buono questo primo kebab in terra giordana ... occhio alle salse perché con il caldo fermentano...
E visto che ci siamo beviamo tè e caffé a 500 gradi, perché così ci riequilibriamo la pressione.
Torniamo ad Amman e cerchiamo di mettere su una co-operazione italo-francese (e visti i contemporanei governi potrebbe succedere qualunque cosa) e affittiamo una macchina per il giorno dopo.
Imbarchiamo anche un belga, così, a fare da neutrone, perché tra Sarkozy, Berlusconi, Carla Bruni e la rumenta di Napoli potremmo anche implodere dentro le reciproche "sfighe".
Destinazione finale per noi piccole italiane (solo ed esclusivamente nel senso della statura) Petra.
In macchina non ci arriveremo mai, perché i francesi, come sempre, ci fregano sui tempi...
Già se avessimo saputo che la macchina non era a chilometraggio illimitato, se avessimo saputo che la franchigia equivaleva al prezzo di un volo interno, se avessimo saputo che i francesi dovevano asssssssolutamenteeee essere di ritorno entro domenica alle 18.00, li avremmo mandati sulla Tour Eiffel e ci saremmo organizzate, ma visto che per "problemi di lingua" (.... mah!) non ci siamo capiti, il belga prende in mano le redini della diplomazia e passa il tempo a giocare il suo ruolo e cioè quello del neutrone di cui sopra.
Perché gli autisti non chiedono mai la strada questo non lo capirò mai e così sprechiamo parte dei preziosi 150 km giornalieri per uscire da Amman, ma non ci perdiamo d'animo e così con un tuffo liberatorio nel Mar Morto ad Amman Beach (la Milano Marittima della Giordania) vediamo di seppellire i dissapori che affiorano.
Qui si galleggia ragazzi, sale amaro come il veleno. Testa fuori dall'acqua, mi raccomando, con tanto di cartello minatorio che raffigura una caricatura con bocca aperta che urla e braccia in alto come se nell'acqua insieme al sale ci fossero i pirana e visto che mare che vai acqua che trovi, Sabri ed io interpretiamo il tutto alla lettera e ci godiamo a testa alta, felici e contente, una nuotava verso Israele, mentre la nostra  francese si tuffa di testa e ci mette mezz'ora ad aprire gli occhi.... eh, càpita....
Doccia veloce, prima di diventare stoccafissi e osservazione delle donne che si immergono vestite per poi diventare rigide come Pinocchio con tutto il sale assorbito dai vestiti. Se dovessi rinascere qui, per favore, fatemi nascere scorpione ma non donna, grazie.
Pranzo a buffet 10 dinari ben spesi con ogni ben di Dio presente.
Tappa successiva: Wadi Mujib e riserva omonima con sosta caffé per non correre il rischio di tenere il cuore ad un ritmo normale... ci mancherebbe!
Ci riserviamo il sacrosanto diritto di visitare questa meraviglia della natura il giorno dopo, con calma, tanto dobbiamo anche pensare come arrivare a Petra, che non è proprio dietro l'angolo e non ci sono trasporti pubblici efficaci, con vari cambi per coincidenze che chissà se ci sono.
L'auto giapponese arranca sulla salita per arrivare a Madaba, panorami da togliere il fiato di roccia e pietra che culminano nel view point per vedere un tramonto che ... non c'è!
Calma. Non sto dicendo che siccome eravamo con i francesi il sole non sarebbe mai più tramontato, ma il tramonto difficilmente funziona "da sotto in su" se lo si vuol vedere... Va da se' che se si scende in una valle e il sole tramonta dietro le montagne... beh, ... dura eh????
Così noi piccole italiane rimaniamo in alto, sull'apice del passo e ci godiamo un tramonto un po' giallino, ma pur sempre tale, mentre sui francesi lì sotto cala già la sera... questione di punti di vista...
Li attendiamo dialogando con due ragazze israeliae autostoppiste e con un sorriso grande come la bocca del Joker saliamo in macchina, per arrivare a Màdaba giusto in tempo per la preghiera della sera.
Cena al fast food di fronte all'albergo e serata di pianificazione del viaggio a Petra del giorno dopo, finché un illuminato ragazzo sudafricano ci dice di parlare con il taxista in contatto con l'albergo.
Ci porta lui, in condivisione con una coppia di ragazzi anche loro in viaggio verso Petra...
Appuntamento per il giorno dopo alle 07.30 lavati e vestiti. Dai, che così si va a fare canyoning (perché noi l'inglese ce l'abbiamo dentro) nel Wadi Mujib, si torna per le 14.30 e si riparte per Petra... ma che figata!
Già.
Ora di partenza effettiva: 10.30 ... motivazione: qualcuno è stato male? Nooo! Problemi di diarrea del viaggiatore? Noooo!
Ci hanno tagliato le gomme della macchina o succhiato benzina dal serbatoio? Noooooo!
I francesi si sono addormentati.
a) Li ammazzo
b) Oltre a Carla Bruni gli mando Ratzinger e la rumenta di Napoli
c) Sono superiore e facccio finta di niente perché IO sono superiore e faccio finta di niente... o quasi
"A me non frega niente. Noi. Qui. Di ritorno alle 14.30. senza discussioni".
Messaggio ricevuto... se avessi saputo che sarebbe stato così facile...
La passeggiata con le gambe a bagno è fantastica. Tutt'intorno il canyon regala scorci meraviglisi, infinite sfumature di colori e l'acqua che passa dal verde chiaro allo scuro, piccolissime spiaggette di sassi su cui sedersi per rilassarsi, un clima semplicemente fantastico e fresco, mentre avanziamo con andatura barcollante nel fiume.
Torniamo in tempo a Màdaba dove il nostro taxi ci aspetta. Salutiamo i compagni di viaggio che a parte il "Neutrone belga" non scendono nemmeno dalla macchina (meno male così facciamo prima).
Alé, Petra! E vvvvvaiiii!
Siesta in macchina dopo i soliti convenevoli con la ccppia francese-brasiliana che vive in Germania e risveglio sulla Desert Highway in vista di Wadi Musa.
"Che albergo ci consiglia?"
"Mah, io vi porto al Cleopetra, poi se non vi piace cambiamo".
Rampa di scale. Seconda rampa di scale. Reception.
Albergatore che ci fa sedere ci chiede da dove veniamo e intona "Bella Ciao", mentre ci porge il té..
"Sabriiiii! Ci fermiamo qui! Ora. Subito" Con la penuria di identificazione che soffriamo in questi periodi politici bui, uno che mi canta "Bella Ciao" mica posso liquidarlo...
Rampa di scale. Sconto di rito sul prezzo della doppia "perché siete voi". Camera minuscola, bagno sui generis  machissenefrega...!
Lui canta "Bella Ciao"!
Doccia come d'uso e corsa al ristorante (ma perché? in vacanza dovremmo riposarci?) consigliato da Mosleh del Cleopetra con sconto se diciamo che ci manda lui. Devo ricordarmi di fare così la prossima volta che vado da Zeffirino....
Pantagruelica cena di carne, verdura, salsine, yogurt, che tanto a Wadi Musa di sera c'è freddo e non fermentano, con té finale perché gli alcolici (che ci starebbero così bene con questi menù) li troveremo solo nei bar dei grandi alberghi.
Scopriamo che almeno apparentemente siamo le uniche due turiste donne non accompagnate. Approfondiamo la scoperta meditando sul fatto che non ci sono proprio donne in giro ... eh già... i taxi ci suonano, la gente ci fa segnali in alfabeto morse utilizzando i display dei telefonini, si sbracciano dalle terrazze, ci invitano a bere qualcosa, c'è qualcosa che non mi torna...
E intanto, come fossimo in un film si materializzano elementi maschili in puro stile "Sandokan" con keffyah (tanto anche se è sbagliato l'ho visto scritto in almeno dieci modi diversi) in testa, lunghi capelli neri, che sfumazzano e si intrattengono sulla "rotonda" di Wadi Musa che ruota intorno al gabbiotto della polizia turistica ... chi saranno mai...
Io che sono illuminata per convinzione più che per DNA e meditazione la buttò lì:
"Le guide di Petra! Ma certo!"
E siccome noi si è capito tutto (...come no....) che si fa? Si va a parlare sul terrazzo con Mosleh che si è procurato lattine fresche di Amsteel (forse a borsa nera?) e poi si va in branda.
Il giorno dopo ci accoglie con il Muezzin e una scolaresca che fa ginnastica nel sottostante cortile della scuola con il capoclasse secchione che con l'aiuto dell'altoparlante ripete le direttive del maestro. Vabbé tanto bisogna andare a Petra presto.
Colazione con Mosleh che ci fa accompagnare a Petra dallo zio (servizio incluso nel prezzo) ma una di noi si deve sedere davanti (giusto perché ho letto che le donne viaggiano dietro) perché il taxi non è un taxi e quindi non deve sembrare un taxi.
Grandi questi levantini...
..... 'mazza che caldo... ah già ma è caldo secco, che scema...
Biglietto da due giorni 26 dinari, ma ci stanno tutti, anzi io farei pagare di più.
"Hei, where do you go? I have seen you yesterday in Wadi Musa..."
"Sabri, chi caspita è? dice che ci ha visto ieri a Wadi Musa
"Che ne so?" ... Mah... !
Il Siq è qualcosa di magico... l'attesa cresce dentro perché ad ogni curva pensi di vedere apparire il tesoro e dentro di te dici "dai, che è questa.."
Non c'è molta gente, strano, pensavo di più e comunque tutti in religioso silenzio. Ogni tanto ci fermiamo per qualche foto e per ammirare le rocce modellate dal vento in migliaia di anni...
E poi lo vedi apparire... come l'hai visto centinaia di volte mentre preparavi questo viaggio... E' soltanto una fessura, una piccola porzione di roccia rosa... no, forse non è proprio rosa... è più sul rosso... salmone direi... e ti fermi paralizzata... non sai se andare avanti o tornare indietro e avanti e indietro e avanti e indietro per ritardare l'attimo in cui lo vedrai per intero questo Tesoro, questa cosa indescrivibile che sbuca dalla roccia e l'effetto è talmente strano che pensi che sia tutto un gioco e che arriverà qualcuno a smontare gli scenari di polistirolo...
Invece no. Ti avvicini ed è ancora lì ... C'è la gente ma tu non la vedi, tocchi le colonne, bussi sulla pietra..
E' vero. E' tutto vero. Petra esiste! Sono a Petra.
Domani. Qui. Alle sei del mattino, con un'altra luce.
Ma la cosa fantastica che alla fine del Siq pensi di essere arrivata ed invece è solo l'inizio. Procedi a destra del Tesoro ed entri, di nuovo, a Petra. Tutto si allarga, si amplia, cambia colore ancora una volta, ti viene persino il magone e la macchina del tempo ti riporta indietro.
Petra è tutto un arrivo e tutto un inizio di tutto.
Vorresti salire ogni gradino, guardare ogni pietra, fotografare ogni angolo, fermarti lì e vivere di immagini e di sospensione nel tempo.
Cammini e non ti accorgi nemmeno di farlo. Dalle tombe dei re domini l'anfiteatro, le bancarelle delle donne beduine e la valle... incredibile.
E la giornata prosegue proprio in questa sospensione a mezz'aria, interrotta da gente che ti saluta che dice che ti ha visto, incontri con i ragazzi del posto, prima di incominciare la salita al Monastero. Chi dice 800, chi dice 1000 o più di 1000 gradini.
Io ho perso il conto al decimo e va bene così...
Boccheggio e mi fermo ogni 10 metri.
Passeremo da 1000  a 1650 metri s.l.m., tradotto in scale.
"Vabbé dai, se ce la fanno quelli lì..."
Sabri mi indica un gruppo che più che in gita sempra in pellegrinaggio e magari poi in effetti qualcosa può sempre succedere no?
Petra come Lourdes non ce la vedo, però non si sa mai....
Striscio come i cani verso le ombre che cominciano ad allungarsi.
Siamo troppo furbe. La Lonely Planet lo diceva che bisogna affrontare la salita nel pomeriggio, quando arriva l'ombra.
Individuiamo punti di riposo stile stazioni della via crucis e tattici baracchini che vendono bibite. Praticamente ci fermiamo ad ognuno.
D'altronde mica sono gli altri che sono sopra la media, sono io che sono sotto...
Però alla fine al Monastero ci arriviamo. Eccome se ci arriviamo. Ed è ancora più bello del tesoro, lassù, in alto, nel vento.
Davanti a qust'altro miracolo che ci regala Petra, ci sono file di sedie per poterlo contemplare perché se arrivi fin qui non chiedi altro.
Ti passa anche la stanchezza, tanto che decidi di proseguire fino al punto panoramico dal quale si vede la Palestina.
Qui le rocce si fanno nere, grige, rosse, con tutte le sfumature di questi colori in una tavolozza impazzita dalla gioia.
Manca Giuda che intona "Jesus Christ Superstar..."
Atef mi soccorre.
Sono paonazza (ma mica è la fatica, è soltanto la pressione da riequilibrare) e guardandomi un po' preoccupato mi dice di sedermi e mi offre il te, prima di rimanere folgorato da Sabrina e di tirare su una filippica sulle prestazioni beduine ad una signora francese con una faccia scioccata e una meccanica risata di cortesia mista ad imbarazzo (... o forse qualcos'altro).
Atef non lo fermi più. Molla il negozio a qualcun altro e si incolla a Sabri. Mi ripete che gli piace molto, ma nel frattempo vengo catturata da una comitiva di francesi che mi fa scattare la stessa fotografia 20 volte, tante quanti sono i partecipanti al tour. Cerco di spiegare che le foto digitali si possono inviare e scambiare ma non c'è verso.
Arrivano due ritardatari e la scena si ripete perché altrimenti le foto non sarebbero complete.
Sabri ritorna con numero di Atef e con appuntamento. Impossibile rifiutare.
E siccome per l'ennesima volta noi abbiamo capito tutto, si decide di rientrare perché, cavolo, noi avevamo dato appuntamento allo zio di Mosleh per le 17.00 per essere riportate indietro e non potevamo mica dargli buca!
Machissenefrega se mezza popolazione di Petra ci dice di fermarci a vedere il tramonto!!!!
Sono un po' disappointed verso questa mia improvvisa botta di serietà ma vabbé.
Arranchiamo nel Siq. Luce bassa. Tutto avvolto nel crepuscolo... foto, foto, foto!!!! (tutte mosse o quasi).
Allucinazioni da stanchezza nell'ultimo tratto di strada e ritardo sull'appuntamento. Non c'è lo zio autista abusivo.
Noi, tecnologicamente avanzate, chiamiamo Mosleh all'albergo e ci scusiamo (non sia mai...).
Ci viene a prendere e ci propone serata sul terrazzo con bottiglia di vino (si va sulle sostanze pesanti).
Cerco di declinare "eh, Mosleh... noi si andrebbe a..."
"Mi raccomando non fidatevi dei beduini di Petra i bedoul..."
"Ah sì?"
"Sì. Non sono affidabili. Bevono, fumano e invitano tutte le donne..."
(Ah beh, se è così....).
Già a me per indole la parola "non fidarti" mi fa venire l'orticaria. Mi fa drizzare le antenne nel senso opposto e poi la faccenda dell'inaffidabilità...
"Non mi credi..."
"Chi? Io???? Nooooo! Figurati!!
"Allora andate a mangiare che poi ci vediamo sul terrazzo"
E daie...
Prendere tempo. Tergiversare. Rimandare e sopratttutto mangiare!
E si mangia. Eccome se si mangia.
"Tiriamo il pacco a Mosleh, giusto?"
"Eh, ma io dovrei tornare in albergo... "
"Come? No, dai se torniamo in albergo siamo fregate..."
"Ma figurati! Si va e basta"
Sì e già... e io all'albergatore  Bella Ciao che gli dico?
E allora, sempre perché sono illuminata, quando lui mi dice "Allora? Andiamo?"
La mia risposta da corso avanzato di diplomazia è: "ma veramente noi dobbiamo ancora mangiare"
"Ah, ok allora andiamo al ristorante insieme..."
Eh, ma belin!
"No, guarda devo stare sola con Sabrina perché ho bisogno di parlarle"
E già perché lui se la beve....
Così si irrita e dice che non vuole disturbarci e se ne va proprio bello dritto al ristorante degli amici spioni...
A questo punto dovrei dire "ma a me... che cacchio mi frega?" Eppure mi è dispiaciuto e mi sono sentita in imbarazzo. Cose da piccola italiana.
Prendiamo la strada opposta ed un taxi per il Moevenpick, sognando di annegare il fallimento diplomatico in una media alla spina.
Cerchiamo il bar e ci dirigono verso il mega albergo più caro della zona dove per entrare vieni perquisita come se dovessi prendere un aereo dopo l'11 settembre e già il mio stomaco si upset di nuovo. Ma non scherziamo! Cioè secondo loro chi paga 180 dinari per dormire lì a momenti deve lasciare pure le impronte digitali????
Bar megagalattico. Rimango un po' così mentre il cameriere mi ripete probabilmente per la terza volta se ci può aiutare e io, la regina delle cazzate chiede: "si può bere qualcosa?"
La sua faccia a questo punto esprime un sincero sentimento di compassione e la muta domanda "ma secondo te????"
Eppure, mi ha detto: "certamente signora"
"No, sa perché, non è che sono proprio abituata a certi ambienti"
Brava, complimenti!
Birra fresca, sottobicchiere, salvagoccia, posacenere da rubare e rivendere ad un prezzo qualunque compreso tra 100 e 200 euro.
Tavolo in cristallo, sedie comode come la poltrona Frau e attesa un po' rigida.
Noto con la coda dell'occhio un inaffidabile presunto abitante di Petra un po' scazzato e seduto sul divano a lato.
Sabrina dice:
"Io non chiamo" Se non arriva ce ne andiamo.
Per carità, certo che ce ne andiamo.
E si materializza un Atef trafelato, un po' atamarrato nel cinturone con fibbia ovale grande come un uovo di struzzo, ma si sa, la moda....
E contemporaneamente l'altro individuo scatta in piedi e si parlano in arabo (ovviamente nel vero senso della parola).
Maglietta di Bob Marley perché, come dice una mia amica, la globalizzazione non ha confini.
Ma guarda un po' che Atef ha portato un amico e guarda un po' che ne arriva un altro.
Discorsi, conoscenze, risate e pause del "adesso cosa succederà".
No, perché va bene odiare i luoghi comuni e le intromissioni, ma magari Bella Ciao ci ha pure ragione...
E siccome Bella Ciao potrebbe aver ragione si va ad una festa sulle montagne di Petra, luogo isolato, dove se ti succede qualcosa ti buttano giù dalla prima rupe tarpea del circondario.
Ma chissà perché, io della gente mi fido sempre. Scema? Può darsi ma la serata diventa proprio bella.
E quando Achmad scatta in piedi e dice "mi sa che devono ritornare in albergo" sono le 02.30.
Io in pace con Allah, Dio, le montagne, la luna e le stelle e sempre più illuminata dalla festa, dico "ma noooo! Figurati! Si sta così bene qui!"
E siccome le donne evidentemente anche lì non capiscono mai niente, mi dice "Fidati, è meglio se tornate"
E vabbé, torniamo.
Ore 03.00 porta chiusa. Sabrina suona il campanello, nessuno apre.
Mi appoggio al muro stanca morta e penso l'unica cosa che mi viene da pensare nella mia lingua: "Ma belin".
Ahmad vorrebbe che memorizzassi il suo numero ma praticamente non so neanche più dov'è il cellulare. Sabrina continua a suonare, Atef bussa alla porta e ciliegina sulla torta passa una macchina della Polizia Turistica che i due baldi inaffidabili accompagnatori fermano sbracciandosi.
Ecco. Lo sapevo. Ora ci cacciano dal Paese...
La porta miracolosamente si apre (potenza delle luci blu....)
Già gli arabi sembrano sempre incazzati quando parlano. Figuriamoci quando lo sono veramente.
Fase concitata. Chissà cosa stanno dicendo, ma io mi ridesto. Parto a testa alta verso la macchina della polizia e spiego in inglese perfetto ma un po' sbiascicato da sembrare statunitense (e non per volontà) che eravamo in difficoltà e questi due signori ci hanno dato una mano perché ci hanno visto.
Grande. Un'interpretazione da oscar.
Tutto finisce lì con il poliziotto che mi guarda e sembra che dica "Sì, 'spetta che ci credo..."
Porta che si richiude.
"Voi due domani via di qui entro le 11.00. E Va già bene che non ho registrato i passaporti altrimenti dopo mezzanotte avrei dovuto denunciare la scomparsa"
Che scomparsa?
Ah, la nostra scomparsa... Ah ecco... Perché se ci violentano prima di mezzanotte pazienza, se lo fanno dopo è un casino. Eh, Sì, fila come ragionamento....
"Tranquillo. Domani ce ne andiamo"
Ciao Bella Ciao
Ma pensa te...
Giorno dopo. Sveglia. Zaino da rifare come se partissimo per la guerra. Colazione. Tutto il personale dell'albergo ci saluta sorridendo e anche quelli che non ci avevano parlato chiedono come stiamo e continuano a sorridere. Forse si sentono partecipi....
Mosleh con una faccia che sembra uscita da una centrifuga si siede e ci parla.
Adesso ci parla...
"Dovevate rientrare a mezzanotte"
"Chi? Noi? Perché non ce lo hai detto?"
"Dovevate saperlo"
Certo. Figurati. Sempre vissuta in Giordania... N oi sappiamo benissimo che qui dobbiamo rientrare ad una certa ora.
Nella testa si materializza la figura di mio padre con i suoi orari tutti particolari per cui se non si rientrava a casa dopo il tramonto si sarebbero commessi tutti i sette peccati capitali e mi sento di nuovo un po' disappointed
E innocentemente chiedo "Perché?"
"Perché siete sotto la mia responsabilità"
Eh no. E proprio no. Io se non so le cose non posso inventarmele. Già è dura farle quando le devo fare ma se non le so non se ne parla proprio.
Sabri si lancia in una lezione di marketing e di pubbliche relazioni sul fatto che un albergatore fornisce un servizio e io ho la testa che mi scoppia.
Ad un certo punto mi viene da ridere, ma veramente da ridere, da lacrime agli occhi e continuo a ripetere "Non ci posso credere". E rido come una matta dentro di me cercando di trattenermi per non centrifugare ancora di più Bella Ciao.
Roba da non credere, ma come molte delle cose che ci accadono, tutto si sgonfia e Bella Ciao ci concede la grazia di fermarci ancora una notte, visto che poi saremmo partite per il deserto.
Magnanimo come Allah.
"Ma non rientrate dopo mezzanotte"
"Ma senti un po', non è che per caso, così, tu ne stai facendo un caso personale?"
E figuriamoci se ti dice di sì.....
Pomeriggio a Petra, non senza essere passate di albergo in albergo a chiedere se fosse vero che si deve rientrare entro mezzanotte.
Cane se abbiamo trovato uno che ci dicesse di sì...
La giusta rispota alla domanda di cui sopra.
Tramonto sull'altare del sacrificio, accompagnate da amico e parente di Atef e Achmad che ci indicano le grotte dove sono nati.
A saperlo prima, affittavo un mulo che portasse lo zaino e mi piazzavo in una caverna, tanto una più una meno... altro che albergatori con climaterio avanzato!
Aspettiamo il calar del sole con loro due.
"Parcheggio il cammello e andiamo su". Mi dice uno dei due che presumo si chiami - dal suono che emette quando si presenta - Adnan o qualcosa del genere.
Bellissimo. Lui parcheggia il cammello. E' un grande.
Saher (non metterei il cuore sopra sul fatto che sia scrito giusto...)  invece viene su con l'asino "Ma perché non volete salire? Siete stanche!"
No, guarda, lascia perdere la povera  bestia, tanto asino per asino che sono, salgo a piedi.
Un'ora molto bella. Stressante per la povera Sabri che come al solito ha subito le avances, mentre io contrattavo sul prezzo per cederla al miglior offerente, ma molto bella. Sono arrivata a 300 capre. Non male, visto che fanno il latte.
Cammelli non ne hanno perché sono poveri... però .... 300 capre... Sabri, venduta!
"Ah, grazie, fate pure come se io non ci fossi...!"
Rientriamo a mezzanotte. Veramente. Dopo aver presenziato ad una festa di fidanzamento che normalmente dura tre settimane.
Con fuochi d'artificio, musica araba a palla, cibo e balli maschili.
Delle donne alla festa manco l'ombra. Solo noi. Fotografate come stars in vacanza.
Mattino successivo di trasferimento.
Giro per il paese, battute con Mosleh, telefonate di preparazione alla trasferta Wadi Rum.
Tutto in ordine, taxi che ci viene a prendere, Mosleh che si riconcilia almeno in parte con "lo stile di vita delle donne europee" (e non ha visto niente....) e si parte per il deserto.
Si riprende la Desert Highway, fedelissima al nome. Tutt'intorno il nulla e anche qualcosa di meno.
Arrivo a Wadi Rum e incontro con Salem, la nostra guida per i due giorni di permanenza.
Salem parte alla carica. Mette in moto la Jeep e comincia ad addentrarsi nelle piste.
Non c'è nessuno. Le gite qui partono al mattino e così essendo pomeriggio tutti sono già oltre, e ci gustiamo questo deserto piano piano.
Sprofondando nella grande duna rossa, salendo sul piccolo arco di roccia, cominciando ad ascoltare il silenzio del deserto, quello che mi rapirà e mi farà desiderare di tornarvi prima ancora di essermene andata.
Il vento leggero alza la sabbia in superficie. In poco tempo scompaiono le tracce fino al prossimo passaggio.
Comincia la passerella dei colori che cambiano e quando arriviamo al campo per la notte Sabri ed io andiamo a fare una passeggiata.
Ci sdraiamo sulla sabbia ad attendere il calare del sole.
Ci dimentichiamo le scarpe, incuranti degli scarabei e della vita sotto la sabbia.
Tutto e tutti sono infinitamente lontani.
La mente vaga e non si fa in tempo a concludere un pensiero semplicemente perché non ci sono pensieri.
Il cielo come coperta, la terra come letto, forti come il deserto, si spostano come il vento, soffici come la sabbia. Per sempre liberi.
Già. Vedere il deserto attraverso gli occhi dei loro zingari....
E Salem ci avverte di prepararci per la cena. Il rito dell'accensione del fuoco, i tappeti a terra, la legna che piano piano si trasforma in brace, la teiera sempre piena.
Non parliamo molto. Non ce n'è bisogno.
E chi si muove da qui?
E chi dorme in tenda, quando c'è il cielo come coperta?
Mangiamo, aspettiamo che tutti vadano a dormire ed andiamo anche noi. Io mi piazzo dove mi dice Salem e lui per precauzione si posiziona non troppo lontano da me perché siamo pur sempre nel deserto.
Comincio a contare le stelle, mi addormento e mi risveglio per un attimo quando sorge la luna, come se una voce dentro mi avesse detto di farlo.
La mattina successiva, giusto perché mi stavo godendo l'alba, un rumore mi disturba.
Ovviamente due francesi in deltaplano a motore che sorvolano il Wadi Rum.
Io nella nebbia del primo risveglio pensavo già ad un muezzin a motore, che arrivava a recitare la preghiera del mattino, ma "fortunatamente" erano solo due simpaticissimi francesi...
Facciamo colazione, e si parte per il trekking al grande ponte di roccia.
"Ma Salem, sei sicuro? Perché non so mica..."
"Ce la fai, ce la fai..."
Sabrina alza bandiera bianca. Si stende  su una roccia e attende gli eventi.
Salem ce la mette tutta per convincerla ma non se ne parla proprio.
E allora incomincio ad arrancare dietro Salem, che mi guida e mi dice dove mettere piedi e mani e dopo qualche sosta, arriviamo al ponte.
Spettacolo. Ce l'ho fatta.
Spettacolo. C'è una vistsa incredibile.
Spettacolo. Sto passeggiando sul ponte di roccia.
Merda. Sono finite le batterie della macchina fotografica.
Salem ride. Ormai ha capito il tipo.
Si siede e mi dice di mangiare.
"No, guarda, ora proprio non ho fame"
"Non ti ho chiesto se ne vuoi, ti ho detto di mangiare. Devi mangiare"
Ecco. Appunto. Ti pareva che in questo paese riuscissi a fare una - dicasi una - cosa che voglio io?
E mangiamo.
Stessa solfa con il succo di frutta che poi tra l'altro mi fa venire una sete.....
Si ridiscende la montagna e per certi versi la discesa è più dura della salita.
Scivolo in un punto e mi gratto un ginocchio ed il sedere in una fessura da attraversare, ma che importa?
Io come dice Salem, sono beduina dentro...
A me sembra essere più un puffo archeologo che una donna del deserto, ma comunque, se lo dice Salem...
Salem che si propone, dopo i complementi per il pranzo, di venire in Italia a lavorare come casalingo.
Ovviamente preferibilmente a casa di Sabrina, che viene aiutata delicatamente a camminare, salire e scendere nei punti a lei meno adatti
"Tu ce la fai li dietro?"
"Sì, sì, vai pure"
"Eh lo so che sei come l'uomo ragno!"
Grazie Salem. Io posso anche morire, che tanto ce la faccio, tanto io sono beduina dentro...
Poi è carino il fatto che Sabrina sembra paragonata a Sharazad (sì, lo so, è scritta sbagliata anche questa...) ed io all'uomo ragno.
Se rimango qui, mi sa che in un mese mi si fotte l'autostima faticosamente accumulata in 42 anni di vita...
Passeggiata in attesa del pranzo.
"Allora, mi raccomando. Là c'è un altro arco di roccia da vedere. Andate e prendete come punto di riferimento quella roccia bianca, la vedete? Io sono qui dietro con la macchina. Potete anche seguire le tracce dei pneumatici".
"Tranqui, Salem, ad occhi chiusi".
Come no... al ritorno se non ci chiamava lui facevamo la fine dei protagonisti di Puerto Escondido
"Ma senti, se dovessi perderti nel deserto, se dovessi rimanere qui, come faresti ad orientarti?"
Bravo Salem, geniale. E il manuale delle Giovani Marmotte me lo avevano rubato.
"Ehm... beh, aspetto di vedere dove tramonta il sole, così riconosco i punti cardinali"
"Brava. E poi ti metti in marcia?"
"Ah no. Aspetto l'alba. Così nel caso mi fossi sbagliata con il tramonto, c'è sempre l'alba a darmi una mano. Se passo la notte, ovviamente"
"E poi?"
E poi cosa? E' uno dei deserti più trafficati del mondo, passerà qualcuno prima o poi, no?
"Vabbé, lasciamo perdere... devi seguire le tracce... "
"Ma Salem, che tracce? Il vento le cancella"
"Mmmm non tutte. Ci sono un sacco di segni"
Uhh... No. Gll Scouts no. L'unica cosa che avevo imparato in due incontri era suonare "Laudato si mio Signore" con il giro di DO.
Il resto nebbia.
Si mette a ridere, il ragazzino, e ci concede una pausa per dormire (che doppo quattro bicchieri di te....)
Ritorniamo al piccolo villaggio di Wadi Rum alle 17.00 con in testa due decisioni distinte.
Sabrina ad Aqaba ed io nel Wadi Araba. Altro giro, altro deserto.
Le inaffidabili guide di Petra mi verranno a prendere per un'altra notte di botte e violenza. Quasi quasi telefono a Bella Ciao e glielo dico.
Sabrina ha bisogno di verde, ristorante, albergo e doccia.
Io sono ridotta ad uno schifo ma resisto.
E così mi ritrovo stravaccata su due sedie intenta a scrivere il mio diario, sorseggiando una Amsteel e riequilibrando liquidi con te e acqua (bel miscuglio).
Se ne va anche l'ultima comitiva e mi ritrovo di nuovo in sospensione. In attesa.
Leggera brezza, clima fantastico, sole che cala su un altro magico giorno.
In una parola: pace.
Posso anche stare qui. Chissenefrega. Che meraviglia. Sorriso stampato sulla faccia e per poco mi strozzo quando soprapensiero vengo ridestata da Achmad che sbatte la portiera e urla "Buongiorno Principessa".
Mi strozzo con l'acqua. Mi ribalto dalla sedia e mi ricompongo in fretta, lisciandomi in un gesto istintivo ed assolutamente inutile la camicia.
"Faccio così paura?"
Come no. Un incubo.
Si riparte signore e signori. Si torna verso Petra, insieme ad Achmad e Mohammed, altro terrificante beduino di Petra, sposato ad una ragazza svizzera, nomade europea.
La jeep macina chilometri ed il vento del deserto entra da tutte le parti. Sosta al controllo di polizia del Wadi Rum dove lavora il fratello di Atef.
Meglio della tribù della TIM.
Sera. Villaggio beduino di Petra. Mohammed scompare e mi ritrovo seduta nel salotto in casa della famiglia di Acham, che si stringe intorno all'ospite, io, colpita da tremore per surplus di sostanze stupefacenti (il te in dosi esorbitanti lo diventa).
Entra un fratello e ce ne facciamo un gotto.
E se bevi con un fratello non è che puoi non bere con l'altro.
La domanda sorge spontanea, direbbe qualcuno: "ma quanti siete in famiglia?
"Fammi pensare... dunque... nove fratelli e otto sorelle"
Non ce la posso fare. Se anche i piccoli mi offrono il te sono fregata.
"Gradisci per caso un caffé?"
Mi odiano. Mi vogliono morta.
"No grazie. Veramente. Va BENISSIMO il té. Ottimo". C'è un limite a tutto.
Mi salva la nipote più piccola. Si catapulta in braccio e si addormenta e così ho le mani impegnate. Speriamo non prendano una cannuccia....
E ridendo e scherzando, mano a mano che arrivano tutti o quasi i membri della famiglia, mi abituo a questa vita beduina, mi rilasso mentre Achmad mi fa vedere le sue sculture di Petra. Bellissime. Ma in fondo ci può essere qualcosa di brutto in tutto questo?
Direi di no....
"Perché non le vendi ai turisti?" A me piacciono tanto le domande intelligenti....
"E ti pare che qualcuno possa portarsi in valigia 10 chili di pietra?" Idiota che non sono altro.
Achmad finisce di imballare le vettovaglie per la notte nel Wadi Araba aiutato dal fratello che nel pomeriggio aveva pensato bene di catapultarsi giù dal tetto di casa.
Pollo con melanzane, cipolle, patate, peperoni, pomodori avvolto nell'alluminio, acqua, torcia, teiera, un bicchiere uno solo (fa che non sia per me....), stoviglie.
Arriva il mitico Mohammed. Siamo pronti. Si parte con due inaffidabili guide beduine di Petra, verso il centro del nulla.
La jeep arranca, poi scende poi sale di nuovo, poi si stabilizza.
Il Wadi Araba è una depressione. Fa caldo anche di notte.
"Abbiamo piatti e posate, ma se vuoi ti facciamo vedere come mangiamo noi. Nel Wadi Rum sicuramente non lo hanno fatto"
Eccola, l'antica rivalità di quartiere che affiora... Siamo uomini o beduini?
"No. Voglio vedere come mangiate voi".
Fuoco. Pietre per accenderlo. L'involucro di alluminio sulla brace. La teiera che fuma a lato.
"Ci vorrà un'ora e mezza".
Passeggiata nel deserto.
"Li senti?"
Sento cosa? Non vola una mosca....
Cammelli che passano nel buio rischiarato dalle stelle.
Qualcosa di indimenticabile. Di puro. Di inimmaginabile.
E ancora una volta tutto si trasforma in qualcosa di nuovo e di mai provato.
Ho camminato tanto, per arrivare fin qui.
Qui, dove finisce la vacanza. Qui dove si accavallano i pensieri e le sensazioni. Qui dove getto una moneta per essere sicura di ritornare.
Pane arabo al posto del piatto, stufato sopra li pane, si spezza un angolo e si usa come pinza. Ottimo, una delle cose più buone che abbia mai mangiato. Le verdure prendono li sapore del pollo, leggermente speziato. Poesia.  
Non si dorme. E chi ne ha voglia?
Ci si racconta la propria vita, i propri amici, i propri amori.
Si scopre che le diversità, le differenze sono l'altra faccia della stessa moneta.
"Nella prossima vita voglio essere beduina"
"Perché non in questa?"
Perche in questa sono già qualcos'altro e questo momento è un dono. E non posso desiderare oltre. E' impossibile desiderare oltre.
Accetto. Assorbo. Contemplo.
Non potendo vivere due vite, ne vivo una due volte. O almeno mi sembra di fare questo.
Cerco di guardare la scena come se fossi fuori dal mio corpo, come se vedessi un film e non la realtà.
Perché la realtà è troppo bella per essere vera.
Si fa l'alba.
Il sole scalda le dune. Le guide dormono ed io decido di fare una passeggiata. Giusto li tempo di rotolare giù per esorcizzare con una risata di bambina la partenza dal Wadi Araba.  
Sabbia che riempe la bocca, le cuciture dei vestiti, i capelli, persino il telefonino.
Sabbia fine e leggera. Più leggera.
Ne troverò un pacchetto nello zaino, al mio ritorno a casa.
Achmad si sveglia e gli dico che è ora di andare.
"Riserva di Dana? E' bellissima".
"No. Achmad. Màdaba. Sabrina arriva lì".
Achmad prende la Keffiah e la avvolge sul capo.
Prende il thop e se lo infila, lungo, nero, sopra i pantaloni bianchi e la maglia.
Nei pressi del Mar Morto ci assalgono il caldo e l'umidità.
Ci fermiamo a mangiare, ma una sensazione di soffocamento che ce lo impedisce.
Risaliamo strade già viste soltanto una settimana prima. Non parliamo molto su, sulle montagne verso Madaba...
Ricerca dell'albergo prenotato da Sabrina.
Imbarazzo da addii e il non poter esprimere la mia gratitudine.
Il non poter esprimere nulla.
"Shukran, Ahmad. Shukran Mohammed. Grazie."
"Sì. Grazie a te".
Le mie guide stanno per andarsene e allora me ne frego della Giordania e delle convenzioni sociali. Li abbraccio. Come si fa qui da noi. Come si fa con qualcuno a cui siamo affezionati e non conta da quanto tempo.
Rimangono un po' storditi, questi uomini del deserto. Achmad si guarda in giro e non sa che dire.
Deglutisce e infila la porta e Mohammed lo segue, con un ultimo cenno della mano.
Mi volto e premo l'ascensore per il terzo piano e mi ritrovo a pensare "ascensore? terzo piano? albergo con piscina?"
La porta metallica mi taglia fuori da ciò che è stato fino ad ora.
"Domani torno" e vorrei essere già a casa. "Domani torno". A voce alta.
Ma in reatlà sono già tornata, dal momento in cui si sono chiuse le porte dell'ascensore qui, al Mariam Hotel. A Madaba. A 300 km. dal centro del nulla, o del tutto.
 
 
6月5日

Petra, Wadi Rum e Wadi Araba - A Million Stars Hotel

Adnan è molto giovane e sorride sempre. Lascia il suo cammello ai piedi delle tombe reali e ti accompagna a vedere il tramonto, insieme a Saher ed al suo mulo.

Ti indica la grotta in cui è nato e ti dice che suo nonno ha 125 anni e ha smesso di fumare cinque anni fa.

Saher sorride e racconta che Adnan parla troppo e non è mai triste.

Adnan è cugino di Atef, che ha una bancarella di gioielli fatti dalle donne della fondazione della Regina al “View Point” a qualche passo dal Monastero, là dove la vista spazia fino alla Palestina, come ama spiegare ai turisti. Se arrivi ti chiede di sederti e ti offre il te, poi, quando vuole movimentare un po’ la scena, sale in groppa al suo mulo e con la bandiera della Giordania arrotolata e stretta in mano, si arrampica sopra al Monastero, risale la grossa cupola e sventola la bandiera, saltando da un capo all’altro del monumento. Gli amici dicono che è un po’ matto.

Achmad racconta che ha conosciuto prima i turisti di sua madre e sa riconoscerli con uno sguardo.

Ogni tanto, quando si ferma alla Stazione dei Cammelli, scommette con gli altri su chi ce la farà ad arrivare fin lassù, dopo un migliaio di scalini ripidi e sotto il sole cocente.

Alì sembra un giovane principe delle favole, con il suo thop, gli occhi truccati ed il suo modo di fare affascinante.

Sono i ragazzi di Petra, considerati inaffidabili dai beduini del Wadi Rum e malvisti dagli abitanti di Wadi Musa.

Il Governo ha costruito un villaggio tutto per loro, ma a casa ci vanno solo ogni tanto, a fare una doccia ed a ricaricare un cellulare che squilla in modo incessante e trasmette informazioni dal Monastero, alla stazione dei cammelli, al Siq e poi su, fino alla strada che porta fuori dal sito.

Dicono di essere liberi, questi figli delle grotte di Petra, di voler correre finché potranno, perché la vita è breve e bisogna assaporarne ogni momento.

Accendono il fuoco con le pietre e riescono a cuocere il Mansaf con le poche sterpaglie secche, raccolte a Petra e nel deserto di Wadi Araba, il loro deserto, quello che corre al confine con Israele in cui si rifugiano lontano dalla folla di Petra.

Ti guardano con i loro occhi profondi e scuri e non sognano. Vivono.

Vogliono sapere cosa c’è al di là del loro deserto, ma senza desiderare di andarci.

Forse potrebbero resistere una settimana senza il loro cielo pieno di stelle, senza i loro animali che danno loro da vivere e che vivono con loro.

Ti parlano della tribù, amano incontrarsi e raccontarsi e non amano la noia delle televisioni, delle play stations e dei talk shows.  

Corrono avanti ed indietro dalla stazione dei cammelli al Monastero, anche tre o quattro volte al giorno, mentre tu arranchi e boccheggi in cerca di acqua che loro non bevono, perché sono proprio come i loro cammelli. Non portano occhiali da sole, i loro occhi sono abituati alla luce accecante del sole del deserto di roccia.

Il loro te è forte e profumato e lo preparano direttamente sul fuoco, insieme al loro cibo dalla cottura antica, perché nel deserto non c’è acqua e non la si può sprecare per lavare inutili stoviglie.

Così capita che ti insegnino a mangiare come .loro, prendendo il pane arabo, ponendovi sopra il cibo e spezzandone il bordo, da usare come pinza.

E scopri che la carne e le verdure cotte in questo modo, per un’ora e mezza sulla brace, avvolte nell’alluminio, hanno tutto un altro sapore.

I sapori si mescolano al tempo, al vento, alla sabbia ed al bagliore del fuoco  che lentamente va spegnendosi, proprio quando nel cielo si accendono milioni di stelle che riescono, da lassù ad illuminare la notte che prende vita.

Strano trovarne così tanta, in un posto che non ne produce così poca.

Mi riscopro un po’ nomade anche io, quando chiedo come fanno ad orientarsi e ti rispondono che la strada la fa il vento, loro ne seguono soltanto le tracce.

Poi si alza una falce di luna, ed incominci ad abituarti a questa vita un po’ rude, qui nel mezzo del nulla.

Ti togli le scarpe e ti siedi sul tappeto di una tenda adatta ad essere smontata in ogni momento, quando il battito del cuore ti dice che è ora di cambiare posto.

E la teiera si riempie di nuovo, per riequilibrare la pressione del sangue che pulsa.

C’è una calma strana, nella notte del deserto, dove i sensi diventano più acuti, e ti concentri per sentire un rumore, un suono e allora, proprio mentre pensi di non  sentire o vedere più nulla, capita che la luna illumini un piccolo branco di cammelli, che procede lentamente, o qualche volpe attirata dal profumo del cibo, o gli istrici che corrono veloci sulla sabbia fine.

Sabbia che penetra ovunque e che non puoi fermare e pensi già che sarà bello, al tuo ritorno a casa, trovarne qualche granello in posti impensati e a tanto tempo di distanza.

Ogni tanto qualcuno intona un canto, ritmato da un tamburo improvvisato o dal battito delle mani.

Una lingua strana e misteriosa, che arriva da un lontano passato quando nessun uomo osava solcare questa grande immensità.

E non è un caso, se qualche giorno dopo, seduta al tavolo di un ristorante, ti ritrovi a sentire il preistorico impulso di prendere il cibo con le mani, di cercare un piccolo bicchiere di vetro da cui sorseggiare un te.

O se ti ritrovi a sentire i rumori abituali amplificati e totalmente inopportuni.

La gestualità diventa un rito, una magia che scaturisce da qualcosa di profondo e a te sconosciuto.

Forse è proprio questo il senso del tuo vagare e qualsiasi parola, un sorriso diventano un dono prezioso.

C’è un senso di sospensione, qui, dove il tempo è scandito dal sole e dalle ombre, dal giorno e dalla notte e non dalle ore e penso che se a noi umani non è data la possibilità di vivere due vite, ci è data quella di viverne una due volte.

Come sempre, qui, dimentico il mio modo di vedere le cose e capisco che l’unico modo per vedere il deserto, come dicono loro, è guardarlo attraverso gli occhi di un beduino, uno zingaro felice.

In fondo è soltanto l’eterna questione del “sentire”, diversa per ognuno di noi.

Parli con lo sguardo e recepisci la loro vita attraverso il loro.

In bocca un sapore strano, secco e pronto per essere addolcito dal te della mattina.

Restituisco al deserto le sue storie, che verranno seppellite dalla sabbia, che ne cancella le tracce o forse le nasconde nelle sue profondità per restituircele, in un giorno di caldo-umido sotto forma di pioggia rossa.

Non c’è prezzo per pagare questo hotel da un milione di stelle.

L’alba arriva presto a riscaldare la sabbia e i colori cambiano nuovamente, giocando a rincorrersi con le ombre.

La vita, domani sarà un po’ più dolce, In sha’ Allah.

5月7日

La luce dell'Atlantico - Inghelterra del Sud e Galles 1999

Vado a Nord, perché a sud l'estate arriva troppo presto e con l'estate il caldo umido, le spiagge affollate ed i costi che lievitano.
Vado a Nord dove finisce la terra, dove le nuvole si rincorrono e disegnano ombre sulla brughiera.
Ci vado perché la luce del sole che squarcia le nuvole dopo la pioggia è diversa da ogni altra....
Perché il breve sole estivo è così prezioso da far decidere di sedersi lì, chiudere gli occhi ed assaporarlo a poco a poco, respirando l'odore del mare e attendendo i peschercci annunciati dalle urla dei gabbiani.
Vado a Nord perché essendo mancina, avessi avuto la guida come loro, sarei stata in grado di guidare.
Vado a Nord perché se vado contromano nessuno mi picchia dentro per rifarsi la macchina nuova, ma tutti rallentano, si stampano sulla faccia un sorriso ebete di cortesia e magnanimità e se ancora non capisco si fermano proprio, non importa se hanno altre auto dietro.
Vado a Nord perché posso stare lontano dalla folla soltanto dopo qualche passo al di fuori delle strade e dei sentieri e più battuti.
Vado a Nord per sedermi sul muretto di un piccolo porticciolo e masticare pesce e patatine da tirare ai gabbiani per osservarne le picchiate.
Vado a Nord perché voglio sentire i racconti dei volontari dei "life-boats", così fieri di far parte di questa croce rossa del mare.
Vado a Nord sperando che il mistero di Stonhenge resti tale per sempre.
Ci vado perché so che al castello di Tintagel sentirò il respiro delle leggende, delle donne, dei cavalieri e degli amori, le armi le lascio a casa.
Ci vado perché, caso mai mi venisse voglia di giocare a golf, posso farmi prestare le mazze dalla moglie del proprietario del bad & breakfast, mettermi lì, nel "green" e giocare, senza dover firmare cambiali per iscrivermi al Circolo.
Vado a Nord e vado in Galles perché lì aspetto dieci minuti per avere una pinta di birra, tanto ci mette la spina a stantuffo a versarla nel bicchiere.
Ci vado perché se di birre locali ne bevo due, il profilo di Worm's Head, più che un verme, mi sembrerà un enorme drago, quello della bandiera, naturalmente.
Vado lì, perché nei pub si guarda il rugby ed è talmente veloce che se la TV è piccola, in bianco e nero, sei un po' ciecato e le pinte sono diventate tre, lo scambi per football australiano.
Ci vado perché devo vedere con i miei occhi il cartello che segnala "Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwll" il paese che si chiama "Chiesa di Santa Maria nella valletta del nocciolo bianco, vicino alle rapide e alla chiesa di San Tysilio della caverna rossa". E mi immagino che ridere chiamare il 118 per un sospetto infarto e dire all'operatore di mandare un'ambilanza alla Chiesa di Santa Maria nella valletta del nocciolo bianco, vicino alle rapide e alla chiesa di San Tusilio della caverna rossa, soprattutto se magari si abita alla Via "nella seconda traversa a destra provendo dal querceto che l'anno scorso ha subito un incendio ad opera di un piromane"... (tanto per inventarsi una via adatta al nome del paese). Spero che facciano un'eccezione e forniscano al paese un codice Yata...
Vado a Nord perché i proprietari dei bed & breakfast conoscono i cambiamenti climatici molto meglio colonnelli dell'aeronautica, fiutano l'aria, guardano il cielo, sputano e ti dicono "rimani, domani sarà bello" e puoi giurarci che sarà una giornata indimenticabile.
Ci vado convinta, perché i gallesi, impassibili, ripetono le cose che non capisco all'infinito e anziché sentirmi frustrata alla fine riesco persino a convincermi che, beh, in fondo in fondo un po l' "inglese" lo capisco .....
Ci vado perché Snowdonia è qualcosa di magico, soprattutto se alla partenza del trekking la pioggia battente indurrebbe a chiudersi in un pub e cominciare con la birra per finire al wisky e invece, se si insiste e si procede nella nebbia, nel freddo ed in mezzo alle pecore che non si muovono perché sono talmente cariche d'acqua da pesare un quintale mano a mano il cielo si apre ed il sentiero dei minatori si fa un po' più ripido, giunti alla cima tutto cambia.
Ci vado perché anche se affondo nel fango fino alla caviglia, supero i cancelli costruiti perché le pecore non sconfinino (in realtà si arrampicano e scendono come se fossero ai grandi magazzini) e metto e levo la giacca a seconda di come tira il vento, niente e nessuno potranno togliermi dalla mente e dal cuore il panorama di Snowdonia, del Coast Path, del Land's End, dei paesini colmi di fiori, delle spiagge e delle maree.
Ed infine ci vado perché qui, per non so quale magia, tutto è dietro l'angolo e gli angoli non finiscono mai....
 
 
3月3日

Lettera dal Vietnam

Un viaggio “easy-rider” da Dalat a Hoi An.
 
E’ novembre e sono in mezzo alle montagne.
Provo a scriverti, perché sono tantissime le cose che vorrei dirti e cerco così di
condividere con te questi momenti.
Sono le otto di sera e siamo fermi in un villaggio pieno di risaie e zanzare che non mi pungono. Sono in moto con Long, la mia guida vietnamita e sto mangiando tutto il cibo che propone, usando i bastoncini e cercando di comportarmi con molta naturalezza e semplicità.
Ho raggiunto l’altopiano in autobus da Saigon. Abbiamo impiegato nove ore per arrivare a Dalat, il capoluogo della regione.  
Mi sono lasciata alle spalle il traffico caotico di Saigon ed i palazzi in costruzione, fasciati dalle impalcature del progresso asiatico che incalza, hanno lasciato il posto alle salite ed al verde delle foreste.
Gli orari dei bus non sono proprio precisi, ma essendo abituata ai treni italiani, mi sento un po’ a casa.
Quando alla guida ho detto che il mio compagno e' un musicista, e' rimasto molto colpito e mi ha detto che i musicisti sono persone speciali, con un dono immenso, quello di far sognare le persone. Bello questo modo vietnamita di vedere le persone.
Qui ti troveresti bene, in mezzo alle nuvole che salgono dalle valli.
Oggi e' piovuto, il monsone incalza.
A poco a poco ho scoperto il cuore contadino del Vietnam, i capelli a cono che ondeggiano in mezzo alle piantagioni di caffè e te.
Il riso, pane di questa terra, cresce rigoglioso e ondeggia nel vento. E' così che  scopro ciò che doveva essere l’Italia contadina di tanti tanti anni fa.
Ho rincorso tutti questi pensieri mentre seduta in una capanna, ho guardato un baco da seta tessere il suo filo prezioso, avvolgerlo intorno a se stesso, scandendo così il ciclo della vita, il miracolo di nascere, crescere, invecchiare, morire per rinascere di nuovo.  
E’ un Asia che mi entra dentro e che non posso respingere. Ho lasciato a casa tutti il luoghi comuni, i pregiudizi ed i giudizi del mondo occidentale.
Se non l’avessi fatto non avrei sopportato gran parte di ciò che ho visto.
Avrei odiato questo clima, la pioggia che trasforma le strade in fango, i motorini che sfrecciano con intere famiglie a bordo e che ti sfiorano facendoti barcollare, gli attraversamenti senza segnaletica.
E poi i bambini che giocano scalzi nel fango vestiti con le maglie delle squadre italiane mi avrebbero strappato il cuore.
Ma il cuore non si strappa: si riempie.
Io avevo paura di tutto questo: paura di non sopportare, di non capire, ma in fondo era solo paura di non accettare, di soffrire per un'immensa povertà, mentre in realtà tutta questa gente è infinitamente più ricca dei miei cinquecento dollari che ho risparmiato  per venire fin qui.
Tutti questi volti che cambiano nello spazio di pochi chilometri possiedono qualcosa che arriva da molto lontano e che continua ad esistere, tramandato di bocca in bocca.
Non sto dicendo che non ci sono problemi che tutto è bello e che l'Asia e' soltanto poesia.
L'Asia e' tutto un pro ed un contro, un caleidoscopio di vite e di contrasti, ma mi ha reso più facile il grande compito di imparare: sto imparato ad accettare e a non cambiare chi non vuole essere cambiato perché farlo significa perdere l’identità, un modo di essere e di vivere la vita.
Mentre scrivo intorno a me ci sono alcuni ragazzini che mi guardano discreti perché batto i tasti del computer velocemente.
Ci sono talmente tante cose da raccontare....
Il sentiero Ho Chi Minh racconta la storia di una guerra così vicina da poterla ancora toccare, scoprendo le tombe degli americani, le loro tute mimetiche abbandonate.
Da queste parti le colline sono ancora punteggiate di mine.
Qui gli americani defogliavano, bombardavano con l’agente arancio, ma il bambù, resistente, ricresceva nell’arco di qualche mese e la giungla tornava a nascondere i viet cong e le etnie che vivevano nelle foreste.
Come da noi, la guerra di resistenza si e' combattuta sulle montagne più che in ogni altra parte del Paese.
Forse e' questo il destino di questo immenso continente, dove tutto cambia  nello spazio di qualche chilometro... morire e rinascere diverso ed uguale a prima, come il baco da seta.
Probabilmente il discorso ti sembrerà un po' squinternato, senza capo ne' coda, e cercherò di fare ordine al ritorno, aiutandomi con le fotografie.

E, a proposito: qui non ci sono gioielli architettonici da fotografare, ma tanta gente, ed il fascino della vita che passa attraverso i loro occhi.
Quando entro nelle case dei Chill, dei Katu, dei Banhar, della gente che mi apre la porta come se fossi una di loro, mi sento veramente parte di un qualcosa di grande e magnifico.
Li ascolto con il cuore, li saluto e li ringrazio in vietnamita.
Il capo della comunità Banhar, mi ha invitato a suonare una sorta di vibrafono in bambù, chiamandomi “madame” ed esibendosi in un baciamano, eredità dell’occupazione francese.

In questo contesto ascolteresti per ore la musica che scaturisce da questo strumento.
Ho capito che alla gente piace essere fotografata, ma soprattutto piace rivedere le immagini.
Lo capisci quando vedi gli sguardi carichi di aspettativa che si allungano verso la macchina fotografica.
Tutti mi chiedono da dove vengo ed ho imparato a rispondere “I”, Italia, in vietnamita.
Ogni tanto Long mi dice che posso fare tutte le domande che voglio, ma in realtà, non so mai cosa chiedere e così, quando cala la sera, mi accendo una sigaretta, penso alla giornata trascorsa e scrivo, pensando che non serve chiedere, basta lasciare aperto il cuore ed arrivano tutte le risposte, sotto forma di mille sfaccettature: i contadini che mi regalano l’ananas più bello del raccolto e mi invitano a bere il vino di riso,  un bambino che vuole insegnarmi a pescare, un’anziana donna katu che si complimenta per i miei orecchini, una giovane madre che si rattrista quando dico che non ho figli.
Questi cinque giorni in moto sono stati molto più di quanto avrei potuto immaginare e sperare.
Nulla accade per caso, e forse era destino che dovessi venire qui.

Ciò che prima era un'inquietudine, si e' trasformato in dolcezza inquieta per diventare una felicità piena, una pace che e' difficile dimenticare e che non deve essere dimenticata.
Invece ho dimenticato un razzismo molto più sottile e subdolo di quello classico, quello della presunzione che mi faceva pensare di vivere meglio solo perché provengo da un’altra realtà che i luoghi comuni fanno credere più fortunata, migliaia di chilometri più a ovest.
Tra i muri di fango delle case, nelle intelaiature di bambù, nelle assi di legno e nelle gerle intrecciate a mano, scopro un mattone in più nella costruzione di me stessa, e sorrido pensando che magari, passo dopo passo, ci costruisco la mia casa.
Quest’anno pare che il monsone abbia picchiato duro. Abbiamo guadato fiumi che fino ad un giorno prima erano strade. Ho
osservato laghi che erano risaie ed i vietnamiti, flessibili, se perdono il raccolto di riso, si inventano pescatori.
E in tutto questo che i nostri occhi occidentali chiamano povertà, c’è una grande ricchezza: quella del donare ciò che si ha, una tazza di te, un frutto del cacao o una statuina di legno intagliata e capire che c’è sempre qualcosa da dare in cambio e non e' necessario che debbano essere i soldi.  
Basta un sorriso, un gesto di cortesia e ci si conquista a vicenda.
Da domani sarò ad Hoi An, la città della seta, un posto estremamente turistico, ma mi mancherà la vita dei villaggi e della gente che li abita.
Sono loro la ricchezza di questo Paese che affronta un progresso in crescita folle ed un'impennata di tecnologia che abbiamo chiamato globalizzazione.
Sono conscia del fatto che il progresso porta maggior benessere, istruzione, un mezzo di comunicazione in tutte le case, ma spero che qui si continui anche a tramandare le tradizioni che noi abbiamo perduto. Ne abbiamo tutti bisogno.
Imparare le culture degli altri, e' imparare ad amare, ad abbattere le tante barriere create dalla politica, dall’economia e dall’avere.
Siamo tutti uguali e tutti diversi, ed è questa la grande ricchezza che il genere umano dimentica: rispettare ed accettare queste nostre diversità può contribuire a cambiare molte cose ed a mantenerne altre, vivide e pulsanti.
So che in questo Paese mi aspettano nuove e grandi sorprese in mezzo a scenari naturali magnifici, ma nulla è paragonabile alla ricchezza dell’uomo, al suo credere negli elementi, a rispettarli, ed a farli convivere in un mosaico di vibrante bellezza, senza avere per forza uno scopo preciso, arrivare da qualche parte, ad ogni costo.
Il lento ed armonioso incedere delle donne che camminano sui chicchi di caffè stesi al sole, le vecchie che fumano la pipa, le case su palafitte che proteggono dalle piene dei fiumi, scandiscono le vite di civiltà che il governo vuole industrializzare entro il 2020, come recitano le traduzioni dei manifesti ai bordi delle strade.
Il colosso cinese è a due passi e tra qualche anno, se passerò di nuovo da qui probabilmente vedrò i cambiamenti, ecco il perché di questa lettera, di questi pensieri che passano nella mia mente come tanti fotogrammi da conservare.
Ti scrivo perché quando tornerò sarà quasi inverno e incomincerò a correre verso il lavoro, le cose superflue da comperare, i risparmi per una vecchiaia che non so neppure se arriverà e leggerò queste pagine insieme a te, ricordando un volto che si affaccia alla finestra di una capanna, i colori dei mercati, i sapori che riaffiorano alle labbra, un morso al frutto del cacao, e la mente correrà verso un’immagine che non ti avevo descritto, non perché dimenticata ma perché nascosta come un gioiello prezioso tra le pieghe di questo viaggio alla ricerca di identità comuni a noi tutti, se lo vogliamo, in quanto uomini e donne.
Ti do la buonanotte da questo angolo remoto, sospeso, come qualcuno ha detto, tra la terra ed il cielo.
Spero di essere riuscita a passarti qualche istante di Vita, il mio desiderio di renderti partecipe di un viaggio affrontato da sola ma non in solitudine, e diventato, mentre la moto macinava i chilometri, un piccolo diamante che brilla in fondo al cuore.
2月11日

La Parigi del Sud America - Buenos Aires - Novembre 2005

Qui si arriva e da qui si riparte. Sempre.
Lo hanno fatto milioni di emigranti.
Cercare il quartiere de La Boca è trovare un po' Genova. I tifosi della squadra di questo angolo di Buenos Aires, il Boca Juniors, si chiamano xeneixi, in omaggio agli abitanti della mia città che fondarono la squadra ed il quartiere.
Si dice che gli argentini siano figli delle navi, ciò a dimostrazione del miscuglio di razze, vite, viaggi che trovi sui volti degli abitanti della Capital Federal.
Nel Caminito ascolti il tango e lo vivi, disegni mentalmente le figure che creano i passi della danza della passione, mentre il bandonion intreccia note cariche di malinconia, stemperata nei colori delle lamiere che ricoprono le case.
Ti volti verso quei colori e trovi angoli di Europa, mercatini, souvenir e dehors che invitano ad una pausa e dall'altra parte, beh, dall'altra il mare di speranza e nostalgia.
Torni verso il centro in autobus e se è caldo l'autista viaggia con le porte aperte, salutandoti quando sali ed approffitando di una sosta al semaforo per comprare una bibita e risalire.
Buenos Aires è la città delle Avenidas, della strada più grande del mondo, dove non si riescono a leggere le insegne dall'altra parte del marciapiede e dove attraversare a volte costa due semafori di attesa.
E' la città della Casa Rosada, dei desaparecidos, de Las Madres de Placa de Majo degli eleganti quartieri residenziali e dei cartoneros, i vecchi-nuovi poveri che di sera raccolgono i cartoni inumiditi dallo sgocciolio dei condizionatori d'aria di vecchio tipo, quelli con il buco nel vetro. Poi se ne vanno con i loro carretti o con la soma sulle spalle, via, lontano anni luce dai cinema ed i locali del centro.
Come si fa a non sentire l'amaro in fondo alla gola, in questa città così immensa da cancellare buona parte di un'intera generazione di giovani uomini e donne scomparsi per aver deciso di opporsi ad una spietata dittatura.
E allora ti chiedi  chi siano gli argentini e vai a cercarli al Museo degli emigranti, dove trovi i ricordi di chi è partito, la memoria di intere famiglie, dinastie di proprietari terrieri, coloni che hanno costruito la loro vita e la loro fortuna in questo Paese, per poter voltare pagina.
E' difficile, da qui, pensare ad una città che nel corso degli anni ha versato così tanto sangue, molto più copioso delle lacrime e del sudore speso da chi ha fatto fortuna.
Ed in mezzo a tutto questo sangue versato c'è chi ha incominciato a camminare, perché erano vietati gli assembramenti.
Camminavano in circolo, indossando le pezze che fasciavano i loro figli da piccoli sulla testa, come un copricapo, in una sorta di orgoglioso foulard che è diventato un simbolo: quello delle Madri di Piazza de Majo.
Se le fai a trovare, trovi tanto colore, cultura, una libreria, un caffé con i dolci e le torte fatte in casa, la loro università. Vari Presidenti si sono succeduti nel corso degli anni, ma loro sono là. Erano là nel 2002, a pestare sui fondi delle pentole dell'ultima crisi che sembrava aver definitivamente messo in ginocchio l'Argentina.
Si sono opposte alla restaurazione delle caserme dove i loro figli sono stati torturati prima di essere uccisi. Non vogliono musei dell'orrore, voglio spazi allegri, culturali, musicali, che possano trasmettere amore e futuro ai bambini di Argentina.
E poi a Buenos Aires arriva la domenica, e la festa di Mataderos.
Un lungo viaggi in autobus ti porta chissà dove dall'altra parte della città, nel quartiere dove i gauchos celebrano le loro tradizioni. la Feria de Mataderos, dove musica, balli, ristoranti, bancarelle di souvenirs scandiscono il ritmo di queste domeniche.
Tutto questo è Buenos ed immagino che ci sia ancora molto da scoprire.
E allora, mentre il taxi ti riporta in aeroporto, cercando di superare un paro, uno sciopero, l'ultimo pensiero va ancora una volta, alla lotta in questa terra di conquista: Hasta Siempre, Comandante!
2月4日

Un muro d'acqua - Cascate di Iguazù - novembre 2005

Una striscia di terra rossa in mezzo alla giungla, un panorama strappato ad un fumetto di Mister No.
L'aereo si abbassa ed improvvisamente si intravvede una nuvola di vapore che sale dalla selva.
L'aereoporto è piccolo, ma accogliente. Da qui, dopo una  certa ora, per arrivare a Porto Iguazù si deve prendere un taxi.
Al centro della piccola città c'è la stazione degli autobus da dove partono i colectivos per le destinazioni di questo immenso Paese ed i bus per la visita alle cascate.
Il Brasile è ad un passo ma i volti, la lingua, il cibo, la musica e la vita in generale cambiano.
Le due città delle cascate, Porto Iguazu, Argentina e Foz de Iguacu, Brasile, sono gemelle soltanto nel nome. Una piccola città in crescita la prima e una città già troppo cresciuta la seconda.
Si dice che le cascate siano argentine ma il panorama brasiliano.
Siamo nel mezzo di un crocevia di razze, ricchezza e povertà, in quel grande disegno che è il Sud-America, scolpito in questo suo angolo dal fiume Paranà.
I territori di confine, in tutti i Paesi del mondo sono posti un po' strani, e la zona di Iguazù non è da meno.
L'acqua scorre, invade, ed irrompe con tutta la sua forza. Nulla qui può contrastarla, ma solo assecondarla e seguirne il corso lungo i sentieri ed i ponti dei parchi nati per proteggerla ed osservarla.
Del popolo dei Guaranies, che vevano nella selva rimangono poche unità, che cercano di conservare l'idioma e le usanze.
Porto Iguazu, quando cala la sera, si anima. I negozi aprono, i gestori si accomodano sulle sedie pieghevoli ed ai loro piedi c'è l'immancabile thermos con l'acqua per il mate.
Le verande dei bar si affollano e sui tavoli compaiono i contenitori di polistirolo per tenere in fresco le Quilmes, le birre locali.
Qui si viene soltanto per attendere il giorno dopo, in cui si visiteranno le cascate, e quasi non si ha il tempo di apprezzare questa strano silenzio.
Porto Iguazù passa e va, come l'acqua del suo fiume e delle sue cascate.

 

 

l'isola di Venere

Si dice che Venere sia nata qui, almeno lo dicono i greci...
Arrivare a Kitira con lo zaino in spalla non è semplice. Tutti seguono la rotta delle cicladi, puntini sparsi nel mare blu della Grecia.
Beh, basta cambiare rotta, attendere che un treno parta da Patrasso e poi prendere un traghetto.
Si entra in contatto con la Grecia più semplice e piena di paesini e tranquillità. Al porto si prende un taxi e si raggiunge l'unico campeggio del villaggio e poi... poi il mare!
Niente caos, un villaggio, qualche ristorante, una chitarra e piccole baie da esplorare con un pedalò. L'affitto di una moto aiuta per immergersi tra gli ulivi, tra i grilli e delle cicale.
Un agosto ed un mare diversi e se c'è anche una chitarra per passare le sere sulla spiaggia, il gioco è fatto.. basta poco per sentirsi .. Venere!
1月3日

genova sotto la neve

Eccola!
La bianca Signora è tornata posarsi sui vicoli di Genova.
L'ho vista dalla finestra, prima lenta, poi veloce, poi danzare nel vento, nascondere l'orizzonte, i monti ed il mare e cominciare a posarsi sui tetti di ardesia, sulle terrazze, sulle foglie degli alberi.
La magia del suo silenzio, il fascino del naso contro i vetri e l'alito che disegna gli aloni.
Un sorriso ci nasce da dentro, come quando eravamo bambini.
Lo sguardo spazia lontano, in quel cielo uniforme e senza distanze.
Il sorriso sale alle labbra e ci fa venir voglia di correre fuori e catturare i piccoli fiocchi.
Il lavoro chiama, ma ogni scusa è buona per guardare fuori, quasi aspettassimo una nuova sorpresa, la vittoria sulla piccola scommessa: "ma attacca?"
Domani, le la neve continuerà a scendere in città sarà tutto diverso, ma per ora lasciateci sognare, non costa nulla e fa tanto bene al cuore....
12月22日

E allora, perché non andare in Argentina....

Poi un giorno, disegnando un labirinto di passi tuoi per quei selciati alieni
ti accorgi con la forza dell' istinto che non son tuoi e tu non gli appartieni,
e tutto è invece la dimostrazione di quel poco che a vivere ci è dato
e l' Argentina è solo l' espressione di un' equazione senza risultato,
come i posti in cui non si vivrà, come la gente che non incontreremo,
tutta la gente che non ci amerà, quello che non facciamo e non faremo,
anche se prendi sempre delle cose, anche se qualche cosa lasci in giro,
non sai se è come un seme che dà fiore o polvere che vola ad un respiro.

L' Argentina, l' Argentina, che tensione! Quella Croce del Sud nel cielo terso,
la capovolta ambiguità d' Orione e l' orizzonte sembra perverso.
Ma quando ti entra quella nostalgia che prende a volte per il non provato
c'è la notte, ah, la notte, e tutto è via, allontanato.
E quella che ti aspetta è un' alba uguale che ti si offre come una visione,
la stessa del tuo cielo boreale, l'alba dolce che dà consolazione
 
("Argentina" - Francesco Guccini)
4月3日

turisti e viaggiatori

Che differenza c'è tra un turista e un viaggiatore?
Non c'è nulla di male ad essere turista, ma preferisco essere viaggiatore.
Il viaggiatore cerca la polvere delle strade, il vento del mare.
cerca gli accenti diversi perché come dice una canzone imparare le lingue degli altri è imparare ad amare, la pioggia non lo confonde, ed il fermarsi è uno spunto per riflettere.
... ed è terra, sempre terra ciò che sogna il viaggiatore, un piede fermo e l'altro già oltre il confine delle convenzioni, dei luoghi comuni.
Legge i volti, scopre le abitudini, osserva i movimenti
Non giudica chi e ciò che è diverso da lui. Non si ferma nelle differenze perché diventano motivo di rispetto e di comprensione di mondi diversamente uguali da quello dove lui è nato.
Il turista è un cittadino in vacanza, il viaggiatore è cittadino del mondo.
Non serve recarsi in luoghi sperduti e difficili da raggiungere.
Il viaggiatore è colui che dietro casa trova un mondo nuovo ed è pronto a capirlo ed a raggiungerlo.
E allora, che il viaggio incomnci.