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日志


10月31日

Fez - 22-27.10.09 - L'impero colpisce ancora

Mangi troppo salato”

“Il sale fa bene. Lo diamo sempre ai dromedari. Mettiamo dei grandi blocchi di sale nel recinto così loro lo leccano. Fa bene all’intestino”.

“Sì, ma a quello dei dromedari”

“Anche al nostro”.

Visualizzo l’interno del corpo umano, come nell’Enciclopedia Motta, quando partendo dallo scheletro, si sovrappongo i lucidi del sistema venoso, arterioso, circolatorio, sanguigno, fino ad arrivare ai muscoli.

Mi immagino vene ed arterie dalla consistenza dei “Ferrotubo Innocenti”, fasciate internamente ed esternamente di colesterolo, ma tant’è, all’intestino il sale fa bene…

E tu schioda le convinzioni berbere sull’alimentazione se ci riesci…

Al mattino, cucchiaiata d’olio, perché probabilmente fa bene al sistema digerente.

Olive schiacciate, olive piccanti, mischiate a misto di verdurine in bagno di aceto (la giardiniera).

Pane a volontà e perché no, un uovo fritto.

I primi ingredienti citati sono materia prima della “colazione del berbero”. L’uovo fritto il giusto dessert.

Il te è quasi una benedizione se non fosse per la ribellione del pancreas per la quantità di zucchero.

Sole sulla “Ville Nouvelle” di Fes, mentre il viale francese, curato come il giardino della reggia di Versailles risplende nel caldo accecante e di luce riflessa dal pavimento lastricato, un enorme ricamo arabeggiante.

Domande in libertà, che fluttuano in un cielo blu.

“Però il fatto che un uomo può avere tre donne ed una donna un solo marito me lo devi spiegare”.

“A te piacerebbe lavare, cucinare e tenere pulito per tre uomini?

Neanche per idea, ma c’è modo e modo di dire le cose e mi tengo sul vago

“Beh, un po’ stancante”

“Appunto”.

Già e chi cavolo li vuole tre mariti… Cioè, ma chi cavolo ne vuole uno…

Blasfema, infedele europea che non sono altro.

Medito su queste perle di saggezza berbera mentre mi sparo il Sudoku gentilmente offerto dal quotidiano locale, ovviamente l’unica cosa che posso tentare di decifrare.

Incomincio dall’alto, ma non ci capisco niente, mancano un sacco di numeri.

Ismail se ne accorge e mi dice che se voglio fare quelli più facili, devo partire da destra.

Ah, già. Al contrario.

Ce ne sono sei….

“Ma da destra dal basso o da destra dall’alto?”

Cavolo c’avrà da guardare… mica è una domanda scema…

“Da destra dall’alto. Non è cinese”

Mah.. più o meno….

Gita a Moullay Idriss, dopo la solita tachicardia da “Nes-Nes”, metà caffè e metà latte.

Petit Taxi fino al posteggio dei Grand Taxi, direzione Meknes.

In carrozza che si parte, così presa dalla foga, non mi tolgo il “pile” e dopo cinque minuti schiatto dal caldo, stipata con altre cinque persone più autista nella vecchia Mercedes beige.

“Potevi togliertelo”.

Già, potevo… ma non sarei l’erede di Fantozzi.

A Meknes si prende la “coincidenza” verso Moullay Idriss.

Sono di nuovo nella città santa del Marocco dal minareto rotondo.

Ismail non c’è mai stato. Io sì!

Così faccio da guida e siccome qui dicono che è la “mecca dei poveri”, pare che calpestare questo sacro suolo cinque volte, equivalga al pellegrinaggio nella più famosa città.

Mi mancano tre gite e posso mettere una crocetta su uno dei “Pilastri dell’Islam”.

“Ma non è vero! Non vi è nessuna città che può sostituire la Santa Mecca”

E io che ne so? Me lo  hanno raccontato e me ne sto.

“Se avessi sentito quando lo dicevano, sarei intervenuto”

“E quindi se uno non può andare alla Mecca?”

“Beh, se non ci va è perché non può, o è povero o ha problemi di salute, quindi è comunque dispensato”

Però, democratico il Corano…

Ismail mi piazza in mano il fiore di Moullay Idriss e scatta una foto alla sottoscritta con lo sfondo del villaggio che sembra la gobba di un dromedario. Chiedo scusa per l’espressione, ma il fiore aveva un vago odore di …. Beh, lasciamo stare….

Ritorno a Fes con una temperatura più ragionevole e cena dalla famiglia di Nacer, fabbricante di ceramiche “fezzino”, che ci ospita al piano superiore della villetta.

Nel nostro soggiorno, vagamente a forma di labirinto, con muretti “separé”, conto 11 divani.

Sembra l’esposizione di “Poltrone & Sofà”.

La cena si preannuncia pantagruelica, salata e piccante. Evviva.

Scherzi a parte, tutto buonissimo, se non fosse per la colossale moglie di Nacer che mi incita al grido di “mange!”. E io “mange…”

Dalla zuppa al dolce in mezz’ora, compreso lo sparecchiare della tavola perché mi lascio prendere la mano dall’andazzo femminile ed aiuto.

Unico e solito problema il tavolo basso sul quale si mangia piegati, dividendo in due lo stomaco che così dimezza la capienza.

Bella questa famiglia, dove Sofia, la più piccola, ha stretto amicizia con me e mi racconta la giornata di scuola in Darija. Pensava fossi araba anche io, ma poi capisce che non lo sono, mica perché parlo in modo strano, ma perché ho i capelli con riflessi viola. Potenza dei bambini.

Salutiamo l’ennesimo zio di Ismail, Moha, che torna a Ouarzazate verso una nuova avventura, visto che è guida ufficiale e poi ci spariamo “Matrix” che io non ho mai capito in italiano, figuriamoci in inglese, a bassissimo volume e con sottotitoli arabi.

“Vuoi che alzi?”

Figuriamoci. Gli spari mi infastidiscono i timpani.

La mattina dopo mi rilasso seduta al tavolino in giardino e me la prendo con comodo. Almeno la colazione di solito non è vissuta alla velocità della luce.

Ma mi attende il tour nella Medina di Fes e non ho neanche il tempo di finire il te.

“Dai, andiamo”.

Trangugio il tutto e ringrazio che nel frattempo si sia raffreddato. Sputo una bastardissima foglia di menta che si è appiccicata al palato e scatto alla grande.

Nacer si è appena offerto di accompagnarci. La sua fabbrica è nella Medina, che lui conosce bene.

E siccome il DNA non è acqua, il giro dei caruggi si trasforma nel tour commerciale.

“Senti, se non vuoi comprare è meglio che dici subito di no”.

Bravo. Io ci provo, ma mi piazzano addosso un bellissimo vestito blu che per indossarlo ci vuole un manuale e come faccio ad uscire senza comprare niente?

La foto di rito mi coglie mentre la signora mi agghinda a dovere.

Resisto resisto e resisto e non lo compro, perché anche a volerlo indossare dovrei svegliarmi mezz’ora prima.

Nel suq degli artigiani che costruiscono portantine da matrimonio nascondo la macchina fotografica perché è un momentaccio e vorrei evitare l’istantanea sul trono. In confronto la carrozza di cenerentola è un slitta da traino, altro che una zucca…

Evito per poco un branco di asini portatori di pelli che non si fermerebbero neanche di fronte ad un incendio appiattendomi contro un muro mentre tutta la popolazione del centro storico non mi calpesta per un pelo.

Rincorriamo Nacer che si agita e grida le meraviglie di Fez correndo di qua e di là ed agguanto Sofia stritolandogli la mano prima che finisca ingoiata dalla calca, che ne ha per le palle di una che si ingombra la strada sorridendo come un’ebete.

Ma tant’è il vortice del suq si impossessa di me e finisco rapita da un tappeto

Ismail lo ispeziona con sguardo da intenditore.

“La mia bisnonna li tesseva, poi il mio bisnonno li caricava sulle carovane in partenza per la Mauritania. Questo mi sembra proprio bello”

Già. Lo accarezzo incantata e mi risveglio solo al prezzo

“600 Euro ma per te 500 e lo spediamo anche in Italia”

Ma va?

Calcolo la misura e per farlo stare in casa dovrei abbattere una parete. Lasciamo perdere, và.

“Li abbiamo anche più piccoli”.

“Non sarebbe la stessa cosa” Rispondo con sguardo disarmante.

Finisco in un’erboristeria, in un turbinio di profumi ed odori ed intavolo discorsi con il “farmacista” che parla perfettamente italiano.

Siccome è inutile chiedere come mai, spazio dallo zafferano, all’argan al Kajal, che con generosità oltremisura mi viene regalato con l’apposito contenitore di legno variopinto.

Nacer si stufa di accompagnare gente che non compra e decide di mollarci lì.

Ismail chiede informazioni su come uscire da questo calvario, mentre io mi prego una Fanta Lemon (che magari combatte qualche batterio intestinale vagabondo).

Così finiamo all’uscita superiore, nel mercato di quartiere, infinitamente più vero e tranquillo di tutto il resto.

In barba all’aviaria osservo polli in gabbiette dall’aspetto semi-agonizzante o stravaccati sull’asfalto in attesa della pentola.

Parliamo poco, ma io realizzo che a differenza di tanti uomini che usano tante parole per non dire niente, Ismail mi dimostra, se mai ne avessi bisogno, che lui con una parola riesce a dire tutto.

Osserviamo una famiglia presa dalla costruzione del mercato ambulante di borse e valige.

“Ismail, cosa faresti se fossi ricco?”

“Comprerei una casa, manderei i miei genitori alla Mecca e pagherei una scuola privata per i miei fratelli. Poi darei un po’ di soldi alla moschea ed ai poveri”.

“E per te cosa faresti?”

“Comprerei una tenda, una chitarra e girerei il Marocco, con uno zaino spalla, libri ed un diario per scrivere”.

Già. A volte mi dimentico che è giovane e che i suoi sogni di oggi sono stati i miei di ieri e lo saranno sempre.

“Ho messo la sabbia del mare di Genova vicino al pozzo, giù a Merzouga.”

“Sì, me lo avevi detto”

“Ma ho scavato un buco, in modo che il vento ci metta un po’ a disperderla. Questo non te lo avevo detto”.

No. Questo non me lo aveva detto.

“La sabbia del deserto è ancora a casa. Non l’ho portata al mare”.

“Perché no?”

Perché ogni tanto la guardo, ci passo un dito e disegno cerchi mentre penso”.

“E a cosa pensi?”

Osservo, ancora una volta la magica luce del tramonto che inonda le strade e smorza i contorni.

Mi volto verso Ismail e lo guardo negli occhi, perché sanno parlare prima della sua bocca, secondi solo al suo cuore.

“Penso che non basterebbe una vita a dirtelo”.

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