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31 October Fez - 22-27.10.09 - L'impero colpisce ancora“Mangi troppo salato” “Il sale fa bene. Lo diamo sempre ai dromedari. Mettiamo dei grandi blocchi di sale nel recinto così loro lo leccano. Fa bene all’intestino”. “Sì, ma a quello dei dromedari” “Anche al nostro”. Visualizzo l’interno del corpo umano, come nell’Enciclopedia Motta, quando partendo dallo scheletro, si sovrappongo i lucidi del sistema venoso, arterioso, circolatorio, sanguigno, fino ad arrivare ai muscoli. Mi immagino vene ed arterie dalla consistenza dei “Ferrotubo Innocenti”, fasciate internamente ed esternamente di colesterolo, ma tant’è, all’intestino il sale fa bene… E tu schioda le convinzioni berbere sull’alimentazione se ci riesci… Al mattino, cucchiaiata d’olio, perché probabilmente fa bene al sistema digerente. Olive schiacciate, olive piccanti, mischiate a misto di verdurine in bagno di aceto (la giardiniera). Pane a volontà e perché no, un uovo fritto. I primi ingredienti citati sono materia prima della “colazione del berbero”. L’uovo fritto il giusto dessert. Il te è quasi una benedizione se non fosse per la ribellione del pancreas per la quantità di zucchero. Sole sulla “Ville Nouvelle” di Fes, mentre il viale francese, curato come il giardino della reggia di Versailles risplende nel caldo accecante e di luce riflessa dal pavimento lastricato, un enorme ricamo arabeggiante. Domande in libertà, che fluttuano in un cielo blu. “Però il fatto che un uomo può avere tre donne ed una donna un solo marito me lo devi spiegare”. “A te piacerebbe lavare, cucinare e tenere pulito per tre uomini? Neanche per idea, ma c’è modo e modo di dire le cose e mi tengo sul vago “Beh, un po’ stancante” “Appunto”. Già e chi cavolo li vuole tre mariti… Cioè, ma chi cavolo ne vuole uno… Blasfema, infedele europea che non sono altro. Medito su queste perle di saggezza berbera mentre mi sparo il Sudoku gentilmente offerto dal quotidiano locale, ovviamente l’unica cosa che posso tentare di decifrare. Incomincio dall’alto, ma non ci capisco niente, mancano un sacco di numeri. Ismail se ne accorge e mi dice che se voglio fare quelli più facili, devo partire da destra. Ah, già. Al contrario. Ce ne sono sei…. “Ma da destra dal basso o da destra dall’alto?” Cavolo c’avrà da guardare… mica è una domanda scema… “Da destra dall’alto. Non è cinese” Mah.. più o meno…. Gita a Moullay Idriss, dopo la solita tachicardia da “Nes-Nes”, metà caffè e metà latte. Petit Taxi fino al posteggio dei Grand Taxi, direzione Meknes. In carrozza che si parte, così presa dalla foga, non mi tolgo il “pile” e dopo cinque minuti schiatto dal caldo, stipata con altre cinque persone più autista nella vecchia Mercedes beige. “Potevi togliertelo”. Già, potevo… ma non sarei l’erede di Fantozzi. A Meknes si prende la “coincidenza” verso Moullay Idriss. Sono di nuovo nella città santa del Marocco dal minareto rotondo. Ismail non c’è mai stato. Io sì! Così faccio da guida e siccome qui dicono che è la “mecca dei poveri”, pare che calpestare questo sacro suolo cinque volte, equivalga al pellegrinaggio nella più famosa città. Mi mancano tre gite e posso mettere una crocetta su uno dei “Pilastri dell’Islam”. “Ma non è vero! Non vi è nessuna città che può sostituire la Santa Mecca” E io che ne so? Me lo hanno raccontato e me ne sto. “Se avessi sentito quando lo dicevano, sarei intervenuto” “E quindi se uno non può andare alla Mecca?” “Beh, se non ci va è perché non può, o è povero o ha problemi di salute, quindi è comunque dispensato” Però, democratico il Corano… Ismail mi piazza in mano il fiore di Moullay Idriss e scatta una foto alla sottoscritta con lo sfondo del villaggio che sembra la gobba di un dromedario. Chiedo scusa per l’espressione, ma il fiore aveva un vago odore di …. Beh, lasciamo stare…. Ritorno a Fes con una temperatura più ragionevole e cena dalla famiglia di Nacer, fabbricante di ceramiche “fezzino”, che ci ospita al piano superiore della villetta. Nel nostro soggiorno, vagamente a forma di labirinto, con muretti “separé”, conto 11 divani. Sembra l’esposizione di “Poltrone & Sofà”. La cena si preannuncia pantagruelica, salata e piccante. Evviva. Scherzi a parte, tutto buonissimo, se non fosse per la colossale moglie di Nacer che mi incita al grido di “mange!”. E io “mange…” Dalla zuppa al dolce in mezz’ora, compreso lo sparecchiare della tavola perché mi lascio prendere la mano dall’andazzo femminile ed aiuto. Unico e solito problema il tavolo basso sul quale si mangia piegati, dividendo in due lo stomaco che così dimezza la capienza. Bella questa famiglia, dove Sofia, la più piccola, ha stretto amicizia con me e mi racconta la giornata di scuola in Darija. Pensava fossi araba anche io, ma poi capisce che non lo sono, mica perché parlo in modo strano, ma perché ho i capelli con riflessi viola. Potenza dei bambini. Salutiamo l’ennesimo zio di Ismail, Moha, che torna a Ouarzazate verso una nuova avventura, visto che è guida ufficiale e poi ci spariamo “Matrix” che io non ho mai capito in italiano, figuriamoci in inglese, a bassissimo volume e con sottotitoli arabi. “Vuoi che alzi?” Figuriamoci. Gli spari mi infastidiscono i timpani. La mattina dopo mi rilasso seduta al tavolino in giardino e me la prendo con comodo. Almeno la colazione di solito non è vissuta alla velocità della luce. Ma mi attende il tour nella Medina di Fes e non ho neanche il tempo di finire il te. “Dai, andiamo”. Trangugio il tutto e ringrazio che nel frattempo si sia raffreddato. Sputo una bastardissima foglia di menta che si è appiccicata al palato e scatto alla grande. Nacer si è appena offerto di accompagnarci. La sua fabbrica è nella Medina, che lui conosce bene. E siccome il DNA non è acqua, il giro dei caruggi si trasforma nel tour commerciale. “Senti, se non vuoi comprare è meglio che dici subito di no”. Bravo. Io ci provo, ma mi piazzano addosso un bellissimo vestito blu che per indossarlo ci vuole un manuale e come faccio ad uscire senza comprare niente? La foto di rito mi coglie mentre la signora mi agghinda a dovere. Resisto resisto e resisto e non lo compro, perché anche a volerlo indossare dovrei svegliarmi mezz’ora prima. Nel suq degli artigiani che costruiscono portantine da matrimonio nascondo la macchina fotografica perché è un momentaccio e vorrei evitare l’istantanea sul trono. In confronto la carrozza di cenerentola è un slitta da traino, altro che una zucca… Evito per poco un branco di asini portatori di pelli che non si fermerebbero neanche di fronte ad un incendio appiattendomi contro un muro mentre tutta la popolazione del centro storico non mi calpesta per un pelo. Rincorriamo Nacer che si agita e grida le meraviglie di Fez correndo di qua e di là ed agguanto Sofia stritolandogli la mano prima che finisca ingoiata dalla calca, che ne ha per le palle di una che si ingombra la strada sorridendo come un’ebete. Ma tant’è il vortice del suq si impossessa di me e finisco rapita da un tappeto Ismail lo ispeziona con sguardo da intenditore. “La mia bisnonna li tesseva, poi il mio bisnonno li caricava sulle carovane in partenza per la Mauritania. Questo mi sembra proprio bello” Già. Lo accarezzo incantata e mi risveglio solo al prezzo “600 Euro ma per te 500 e lo spediamo anche in Italia” Ma va? Calcolo la misura e per farlo stare in casa dovrei abbattere una parete. Lasciamo perdere, và. “Li abbiamo anche più piccoli”. “Non sarebbe la stessa cosa” Rispondo con sguardo disarmante. Finisco in un’erboristeria, in un turbinio di profumi ed odori ed intavolo discorsi con il “farmacista” che parla perfettamente italiano. Siccome è inutile chiedere come mai, spazio dallo zafferano, all’argan al Kajal, che con generosità oltremisura mi viene regalato con l’apposito contenitore di legno variopinto. Nacer si stufa di accompagnare gente che non compra e decide di mollarci lì. Ismail chiede informazioni su come uscire da questo calvario, mentre io mi prego una Fanta Lemon (che magari combatte qualche batterio intestinale vagabondo). Così finiamo all’uscita superiore, nel mercato di quartiere, infinitamente più vero e tranquillo di tutto il resto. In barba all’aviaria osservo polli in gabbiette dall’aspetto semi-agonizzante o stravaccati sull’asfalto in attesa della pentola. Parliamo poco, ma io realizzo che a differenza di tanti uomini che usano tante parole per non dire niente, Ismail mi dimostra, se mai ne avessi bisogno, che lui con una parola riesce a dire tutto. Osserviamo una famiglia presa dalla costruzione del mercato ambulante di borse e valige. “Ismail, cosa faresti se fossi ricco?” “Comprerei una casa, manderei i miei genitori alla Mecca e pagherei una scuola privata per i miei fratelli. Poi darei un po’ di soldi alla moschea ed ai poveri”. “E per te cosa faresti?” “Comprerei una tenda, una chitarra e girerei il Marocco, con uno zaino spalla, libri ed un diario per scrivere”. Già. A volte mi dimentico che è giovane e che i suoi sogni di oggi sono stati i miei di ieri e lo saranno sempre. “Ho messo la sabbia del mare di Genova vicino al pozzo, giù a Merzouga.” “Sì, me lo avevi detto” “Ma ho scavato un buco, in modo che il vento ci metta un po’ a disperderla. Questo non te lo avevo detto”. No. Questo non me lo aveva detto. “La sabbia del deserto è ancora a casa. Non l’ho portata al mare”. “Perché no?” Perché ogni tanto la guardo, ci passo un dito e disegno cerchi mentre penso”. “E a cosa pensi?” Osservo, ancora una volta la magica luce del tramonto che inonda le strade e smorza i contorni. Mi volto verso Ismail e lo guardo negli occhi, perché sanno parlare prima della sua bocca, secondi solo al suo cuore. “Penso che non basterebbe una vita a dirtelo”. 29 August Asilah - Bianco e Blu sull'Atlantico - Marocco - 01-08.08.09
C’è una grande differenza tra l’accettare ed il sopportare. Prima di dire “ti amo” bisognerebbe riuscire a dire, ma con il cuore, “ti accetto”, come mi ha insegnato, tanto tempo fa, un vecchio prete di strada. Accettare è capire l’altro e riconoscere che nelle infinite diversità che ci rendono unici, diversi ed al contempo uguali, ci fidiamo. Inseguo questi pensieri seduta ad un tavolo di un ristorante della via principale che costeggia la Medina di Asilah. Il tavolo è malfermo perché le radici di un albero di eucalipto hanno scavato il terreno sottostante e spaccato il marciapiedi. Lo osservo perché è il più grande. Le foglie lunghe e sottili curvano verso il basso nella calura estiva e disegnano una sorta di pallone intorno al tronco. Si ha l’impressione che nulla potrebbe sradicare questo albero e che anche se così fosse, le radici seguirebbero il tronco oppure resterebbero nel terreno e getterebbero nuovi germogli. Nella vita di ognuno di noi ci sono le nostre radici, legami indissolubili che nulla può spezzare. Le radici sono la nostra nascita, il nostro passato, ed anche il nostro futuro per poter continuare. Sono la nostra anima, mentre le foglie possono essere strappate dal vento ed i rami tagliati. Perché tutto è già scritto è questa la verità. La verità che noi a volte cerchiamo, inseguiamo ma quando poi l’abbiamo davanti non accettiamo. Mi alzo per camminare e continuare questi pensieri. La sera è fresca, qui, a qualche chilometro da Tangeri, sulla costa ovest del Marocco che si affaccia sull’Atlantico. Mi scopro a pensare che è questo il mio mare preferito. Lungo, con la costa battuta dalle onde che la attaccano e contemporaneamente la difendono. I murales della città, patrimonio del festival annuale, continuo “work in progress” mi schiacciano l’occhio e mi invitano alle foto, affinché io non li dimentichi. Ma non dimentico e sento quest’estate entrarmi dentro. La respiro e la vivo come se fosse l’ultima. Perché forse, se vivessimo tutto come se fosse l’ultima volta, vivremmo di più. Vivere un bacio, un abbraccio come fosse l’ultimo aiuta a sentirsi più vivi, a capire e ad accettare di più. E allora ti accetto. Accetto ciò che tu sei e vuoi essere, la tua straordinaria forza di rinuncia e di accettazione che non combatti ma lasci fluire in te, retaggio di una cultura antica, incomprensibile ai più ma che ti rende unico, in questo mondo a volte troppo uguale. I sentimenti, come hai detto tu, non finiscono perché qualcuno ce lo impone, ma quando terminano i sentimenti stessi, ma a volte non finiscono, si trasformano e ci fanno crescere, e se a volte non riconosciamo questa crescita ma la scambiamo per dolore, solo passandoci in mezzo diventiamo migliori. E tu attraverso questa nostra crescita ci hai reso migliori. Tutti e due. Allento la sciarpa al collo e la lascio libera di volare, di andare dove vuole, di fluttuare viva nel vento della sera. Hai riempito una parte di me. Nessuno potrà mai svuotarla e non è tristezza, piuttosto una dolce malinconia, che aspetterò si trasformi in una complicità nuova, diversa, ma non meno intensa. So che questa sciarpa sarà sempre un po’ mia, anche se andrà lontano. Si poserà dove vorrà e se sarà vicino a te, so che tu la prenderai e la stringerai nel pugno, tenendola con te, non come una ferita nel cuore, ma qualcosa che riempie il tuo, proprio come hai riempito il mio. Ci ritroveremo da qualche parte, forse un po’ nuovi, un po’ diversi e più ricchi di noi stessi, perché tu resti, e sei parte della vita che scorre. Grazie per avermi dato ciò che a lungo ho inseguito senza neanche sapere di farlo, per aver preso la mia mano ed aver detto “questo sono io”, senza illusioni e senza false promesse che poi si spezzano lasciando rimpianti. Io non ne ho perché con te ho liberato me stessa, oltre tutto questo oltre i confini di una cultura dentro un’altra cultura. Siamo liberi, nel rispetto di noi stessi, delle nostre culture, delle nostre diversità, delle nostre età. Tu sarai dove io sarò, in un posto dove nessuno potrà mai separarci. 10 May Merzouga - Marocco 25-29.04.09 ... di nuovo nella favolaL'autobus della Supratour da Meknes è in ritardo. Momenti di vita marocchina. Ormai lo so e inganno il tempo giocando a snake insieme ad Ismail che mi fa sbagliare.
Alle 22.30, nel silenzio quasi irreale della piccola stazione a lato di quella ferroviaria, partiamo per Merzouga.
Insieme a noi nessun turista. Qualche famiglia, qualcuno in viaggio verso sud.
Le strade di Mekens sono piuttosto deserte ed in pochi minti ci troviamo fuori dalla città.
L'autobus si ferma varie volte lungo la strada, per accogliere altri viaggiatori e per scali tecnici.
Le tappe più lunghe sono ad Azrou e a Zaida, Midelt, per scendere giù, a incontrare la splendida Valle dello Ziz, verso Er Rachidia.
Ascoltiamo musica, di tanto in tanto dormiamo e scendiamo a fumare una sigaretta.
Le montagne del Medio Atlante si fanno via via più basse e nello spazio di pochi chilometri il paesaggio cambia. Lo si percepisce anche di notte, quando tutto è avvolto nel silenzio ed anche a quell'ora si sorseggia il te.
L'alba lungo la strada da Erfoud a Rissani è un'aspettativa quieta, come quando ci si è lasciati alle spalle il capitolo di un libro e se ne incomincia un altro. Un libro che si era lasciato lì per qualche tempo, in un angolo di una stanza ed ogni tanto lo si guardava, per essere sicuri di voler andare avanti e leggere la continuazione.
Rissani è avvolta dalla luce del primo mattino e dal sole del vicino deserto.
Scendiamo poco prima di Merzouga e da lontano la jeep di Moha solleva la polvere del deserto.
Baci e abbracci, alle 06.30 del mattino, quando il sole inonda l'albergo "Dunes D'Or" e tutti sono già svegli per preparare le colazioni e Said è già al lavoro per spazzare la sabbia perché il giorno prima c'è stata una tempesta che ha seppellito parzialmente i tavolini e le sedie posizionati sulle piccole dune di fronte all'albergo.
C'è ancora un po' di vento, ma Ismail dice che sarà una giornata bellissima ed io ne sono convinta.
Nel pomeriggio ci si rilassa, si riempie la piscina, ed io mi riprendo il mio andamento lento da deserto e come al solito fermo il tempo e lo fotografo, caso mai dimenticassi qualcosa.
Ed arriva il tramonto, raggiunto a piedi dall'albergo, scalando una duna un po' più alta delle altre.
Quando tutto si colora d'oro e di rame, di senape e d'ocra e la sabbia scivola dalla mia mano alla sua in un gioco antico in cui alla fine si apre il pugno che appare vuoto, ma se si cerca bene, un granello rimarrà per sempre, incastonato nelle linee della vita, già tracciate e non ancora lette.
Ed è tempo di tornare perché la sera cala rapidamente, ma non per questo è meno magica.
I turbanti vengono riavvolti sul capo, le tuniche indossate ed i tamburi controllati. Lo spettacolo ha inizio e che sia per i turisti o meno poco importa.
Basta sedersi lì e lasciarsi trasportare, perché la musica ed i moveimento rimangono quelli, da generazioni. Tramandate di padre in figlio, di percussione in percussione e di bocca in bocca, quando gli alfabeti dovevano essere ancora inventati.
Poi, il giorno dopo, c'è il viaggio al campo in solitaria, sul dromedario bianco importato dal Mali che io, non so perché, ho chiamato Giovanni.
E faccio la bocca anche a questo andamento ondeggiante, che segue il ritmo delle dune, i loro contorni ed i timori dell'inizio lasciano spazio ad una visione dall'alto, mentre Ismail procede scalzo, con le mani dietro la schiena guidando Giovanni e se gli chiedo come fa a sapere qual'è la strada per il campo, si volta, mi guarda, sorride e mi dice che ce l'ha nel cuore.... già.
Durante i 6 chilometri, Ismail pesca un "sand-fish" che ripone nella tasca della tunica insieme ad una manciata di sabbia. La schiena del piccolo rettile ha il colore delle dune e forse c'è abituato a questi spostamenti perché non sembra per niente impaurito.
Creature magiche, tutte e due.
Arriviamo all'accampamento ed Ismail lega la zampa anteriore di Giovanni, che trovandosi solo comincia a chiamare i compagni che arriveranno di lì a poco.
Ismail racconta che a volte anche così legati, i dromedari si alzano lo stesso e riprendono la strada per l'albergo e capita che le guide debbano andarli a cercare il mattino dopo. Cose da deserto....
E cala la notte mentre il cielo si illumina e anche se non si conoscono le stelle, è bello inventare i nomi e cercarle anche se non si sa bene dove e come, ma prima o poi, una si trova sempre.
Per vederle meglio ci si deve sdraiare, con le mani sotto la testa, come si faceva d'estate, in campagna, la sabbia al posto dell'erba, perché cambiano i luoghi, le situazioni, ma il cielo è sempre quello.
Cancelli tutto il resto, sintonizzi cuori e respiri che diventano uno e quando accade, vuol dire che è tutto giusto e che la perfezione può esistere anche per un istante perché quell'istante è esattamente come l'hai sognato, anzi, ancora più bello.
E' il nodo in gola che ti impedisce di parlare, è quella strana sensazione umida che sale nel naso, su, fino agli occhi e che ti riempie un cuore che batte forte e vorresti essere in grado di dare almeno la metà di ciò che ricevi, cercando di non smettere mai questo sentire e questo vivere.
Non servono le parole per riempire il tempo, perché è il tempo stesso che riempie la bocca, perché sono le mani ed i mille segreti del cuore che dicono grazie.
Perché è tutto questo che ricorderò.
Ricorderò che noi eravamo là, dove le ombre della sera si fanno respiro.
Eravamo là perché tu mi avevi aspettato dove l’asfalto cede il passo alla sabbia Eravamo là, per seguire il contorno delle onde di sabbia. Dove basta uno sguardo a riempire una vita. Noi eravamo là e là resteremo, Perché non potremo essere da nessun altra parte. 07 February Un giorno ad Essaouira - 28.01.09Essaouira appoggia i gomiti sulle scogliera e si rivolge al vento come una donna che sa di essere bellissima e straordinariamente viva. E’ un angolo di Marocco diverso, è l’Africa che incontra i giardini d’Europa, a due passi dalla Medina. Il porto dei pescatori dalle barche blu, in armonia con il cielo ed il bianco delle case. Si ascolta il richiamo dell’Atlantico, qui, in un’atmosfera da Africa bianca, perché dell’Africa non ci sono neppure i colori. Ma vivere Essaouira significa respirarne la calma che regna anche nella sua Medina, perché non ha senso avere fretta ad Essaouira, ed averne sarebbe uno sbaglio incalcolabile. Qui c’è tempo per tutto. Ci si ferma ad osservare un gatto che attende gli scarti dai pescatori, si sorride alle lotte dei gabbiani che tentano di gettarsi in picchiata sul pesce fresco. Si osservano mani che sbrogliano le reti e riparano le barche in quest’aria salmastra di mezza stagione. Un giorno ad Essaouira è una fuga dal caos, per passeggiare sulla fortezza, per gustare orate, gamberi, calamari e granchi venduti a peso e cucinati nel giro di qualche minuto sulla griglia. Ma Essaouira è anche lo sguardo di chi per la prima volta vede un mare diverso. L’Atlantico urla e si infrange contro la scogliera, alza ed abbassa la marea, in un battito che cresce e che grida la sua forza. E chi vede tutto ciò per la prima volta, rimane ad osservare, rapito, la schiuma bianca che schiaffeggia la scogliera, che la sfida incessantemente. Mille pensieri si rincorrono guardando il mare d’inverno e non fai in tempo a finirne uno che come le onde ne arriva un altro. Ti chiedi tutto, ti interroghi, ti leggi dentro, davanti ad un mare così e vorresti che questo giorno non finisse mai, e quando ti avvii per il ritorno, c’è un tramonto da ammirare, come sfondo perfetto alle tue risposte, che non tardano ad arrivare. I gabbiani riprendono il volo in una luce dorata e la certezza che torneranno domani ti sostiene insieme ad una mano che stringe la tua, mentre uno sguardo ti ringrazia ed un sussurro ti dice che questa giornata sarebbe nulla senza di te. Marrakech - Una settimana che vale una vita… Quando la vita ci fa un regalo così, non si più rifiutare, perché si rifiuta la vita stessa. C’è il sole sulla Djamaa El-Fnaa e dal “Grand Balcon du Café Glacier” guardo la piazza che si anima. E’ pomeriggio e cominciano a prendere forma i ristoranti, la musica Gnaoua si fa più intensa, gli incantatori di serpenti suonano i loro flauti, le donne sotto gli ombrelloni attendono clienti per i tatuaggi. Di nuovo qui, dove non pensavo di tornare, poiché non sono mai tornata due volte nello stesso posto. Sorseggio un “Nes-Nes”, un caffè con il latte, affascinata dal movimento di questo Paese in fermento. L’aria quasi primaverile di Marrakech, contrasta con i monti innevati dell’Atlante sullo sfondo e mi dico che la vita è bella. Prendiamo con calma questo pomeriggio scandito dal richiamo della Moschea Koutoubia che contrasta con l’armoniosa cacofonia della piazza. Così è la vita, in questo presente strano, percorso su una strada comune, a piccoli passi, piccoli momenti in cui respiro una magia segreta, incerta ed intensa come un temporale nel deserto che dietro di sé lascia l’aria fresca e pulita. La respiro a fondo e chiudo gli occhi contro il sole ed un cielo blu cobalto. Impossibile immaginare questa piazza vuota, che racchiude tutto il Marocco, con i suoi ritmi antichi e le sue trovate per turisti. Si rimane imbrigliati da questi odori che lasciano in bocca un sapore quasi segreto, ancor più intenso se vissuto così, senza pensarci troppo, prendendo al volo un invito, una richiesta di tornare alla quale non avrei mai pensato. Potrebbe accadere qualunque cosa, da un momento all’altro in questa sospensione tra terra e cielo e raccolgo tra le mani questo soffio di vita, finché c’è tempo, finché c’è un sentimento che proviene dal profondo e che mi fa sentire meravigliosamente bene. Un sentimento fatto di rispetto, di verità, di sguardi che vanno oltre. Immagino una strada che prima o poi porterà ad un inevitabile bivio, ma alla quale non rinuncio perché qualche istante vissuto intensamente a volte vale più di una vita intera. C’è un viaggio consapevole in tutto questo, fatto di scelte coerenti e di verità limpide come cristallo puro, attimi che resteranno nel tempo e non svaniranno, ma trasformeranno questa passione in un dolce sorriso che brillerà come un gioiello prezioso e non negoziabile. Questo non è un brandello, uno scampolo di vita, un ritaglio nella monotonia, ma è la Vita stessa. E allora, di tanto in tanto, con la coda dell’occhio e quando non se ne accorge, guardo Ismail seduto accanto a me e mi dico che nonostante questo attimo di perfezione, possono essere ancora molte le emozioni che mi aspettano, Inshallah… Windows Live Spaces di Marikaun gabbiano sul tetto Frammenti
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